martedì 22 dicembre 2015

Noi, le non-mamme di figli erranti

Ho cominciato a documentarmi sulle donne senza figli all'ennesimo pranzo con colleghi in cui si parlava solo di pargoli.

Con noncurante nonchalance qualcuno ha raccontato di avermi “citata come esempio” per il fatto che andavo in piscina alle 7.00 del mattino. Le donne presenti hanno immediatamente e senza appello sentenziato: “ma certo! non ha figli!”.

E se non hai figli non sei una normale, sei strana, per cui è normale che una tipa strana faccia cose strane, come andare piscina alle sette del mattino e non fare figli (c'è da dire che in acqua con me alle 7.00 del mattino c'erano sempre diverse madri, anche con figli molto piccoli).

Ma chi sono queste donne senza figli per scelta? Chi sono queste donne che dichiarano esplicitamente di non avere istinto materno? Queste donne per cui un figlio semplicemente non rientra nei loro piani, che asseriscono che la loro vita è piena e la relazione di coppia è soddisfacente così? Queste donne che non si preoccupano se non ci sarà nessuno a prendersi cura di loro quando saranno vecchie? Queste donne che non hanno alcun problema a sostenere che i loro interessi sono altri, che la loro realizzazione personale passa da esperienze diverse dalla maternità? Che non sentono il ticchettio dell’orologio biologico?

Eccomi qua. Sono una di quelle donne che (evidentemente) a causa di mutazione antropologica non si è riprodotta. Ci chiamano, ho scoperto, child-free - senza figli per scelta - e faccio parte, pare, di quel crescente gruppo di donne dedite alla carriera, che ricoprono incarichi di responsabilità e odiano i bambini…  

C’è anche chi lo spiega in termini evolutivi: è provato che in ogni gruppo sociale, dalle tribù in poi, circa un 15-20% della popolazione rimane senza figli, per varie ragioni, sterilità fisica o mancata predisposizione psicologica: è necessario che un certo numero di persone, libere dai doveri dell’accudimento, si dedichino completamente ad “altro”. 

Oppure potrebbe essere che non sono abbastanza empatica

Un genitore empatico pensa di sapere tutto di suo figlio perché è come lui, perché risuona in lui empaticamente. Il genitore (empatico) non lascia spazio alla differenza, frequenta quasi esclusivamente suoi simili in grado di comprendere il travaglio, la mancanza di tempo, la totale abnegazione, l’ansia, la stanchezza fisica ed emotiva, il senso di colpa, i rapporti (tutti) passati in secondo piano.

Ma  infine credo, senza timore di smentita almeno per quanto riguarda me stessa, che valga quanto dice Costanza Jesurum, aka beizauberei: “la parte importante che conduce a una genitorialità è il superamento e la risoluzione di alcune cose personali, il proprio rapporto con i genitori, e con la madre, il proprio modo di interpretarsi come persona adulta e capace di non essere più figlia cioè oggetto di attenzione dei grandi, ma genitrice, cioè soggetto che da attenzione ai piccoli”.

Poi arriva Natale e in una famiglia composta da mamma-figlio e padre-nuovacompagna l’organizzazione, nel caos delle feste, diventa fondamentale: la sera della vigilia padre-figlio stanno con i nonni paterni e mamma-compagna con nonne materne-nonni acquisiti. La mattina dopo, il 25, padre-figlio sveglia presto, consegna dei regali, riconsegna del figlio alla madre, pranzo dalla nonna-materna (il figlio) di corsa verso i nonni acquisiti (il padre) così che in tutto questo marasma c’è sempre qualcuno che può lamentarsi che non c’è la madre, il padre, il figlio, … 

Si fa sempre la conta di quelli che mancano ;-).

E loro? I figli erranti?  

Per fortuna vanno per la loro strada senza preoccuparsi troppo dei genitori empatici, dei ruoli, dei non-ruoli e dei tecnicamente: “tecnicamente non si può dire mio marito, non siamo sposati, tecnicamente non è tuo nipote, tecnicamente non è proprio lo stesso brodo quello che ha mangiato per tre giorni di seguito: a casa della nonna, della madre  e infine del padre. 

Dev'essere che è maschio - ho asserito, facendone scherzosamente una questione di genere - fosse stata femmina sarebbe stata la fine del mondo :-).

E allora auguri  alle mamme, a tutte quelle non e a quelli che a Natale ci sono sempre, anche se mai nel posto dove dovrebbero essere. 


Londra - Luminarie


Merry Christmas and Happy New Year!


Per approfondimenti:


Follow my blog with Bloglovin

mercoledì 16 dicembre 2015

Cathedral of Commerce

Cose belle che accadono in questo Blog. Un amico, al ritorno da un viaggio di lavoro che dice: “durante le attese in aeroporto ho scritto questo. Solo qualche spunto…

Cose belle che accadono in questo Blog. Un amico, al ritorno da un viaggio di lavoro condivide quello che ogni viaggio porta con se: nuove esperienze, nuove storie, idee, connessioni, scoperte.



Las Vegas: tra realtà e finzione

Sono sempre molto numerose le prospettive da cui si possono vedere le cose che accadono, tanto da suggerire diverse definizioni di ciò che è reale e di ciò che non lo è. 

Lo sanno bene i maestri del cinema e le maestranze di un tempo di Cinecittà: con l'obiettivo di creare un posto vero per dare vita ad una rappresentazione finiscono per sottolineare gli elementi necessari affinché un luogo possa considerarsi reale, pur nella finzione.

Poi ci sono le discontinuità, i buchi neri del nostro pensare comune. Prendiamo Las Vegas

Las Vegas mette in scena non il tentativo di rappresentare qualcosa di diverso, ma di viverlo. Un posto dove l'eccentrico è normale e l'ordinario non esiste. Difficile anche da raccontare. E mentre il mondo piange i propri morti (nelle capitali europee, nelle aree mediorientali, in Africa, …) a Las Vegas lo spettacolo prosegue incurante di tutto e di tutti. 

Entrare e uscire da realtà così diverse fa pensare. 

Fa pensare che la vita non può essere un perenne spettacolo di luci sfavillanti e che Las Vegas sia in realtà un manicomio di esibizionisti. Ma è una conclusione fin troppo facile. 
Fa pensare, quasi con fastidio, a quanto siano lontane da questo deserto le battaglie per non dimenticare e combattere i soprusi sulle donne. Qui, nel Nevada,  il corpo femminile è solo un strumento come un altro per far soldi. Considerato tale dalle donne stesse. Ricevere le pubblicità delle prostitute mentre si passeggia è una cosa normale a Las Vegas. Ma le figurine, a mazzetti da 5-6, con le signorine poppute non te le offre un ragazzo, un uomo, te le offre una signora con indosso una T-shirt rossa con il disegno di una fanciulla in posa inequivocabile. La signora non è alta, appesantita nel fisico, gentile. Lavora. Fa pubblicità sulla Strip. E offre le sue figurine non solo a uomini soli che passeggiano ma anche a coppie. Scambieresti la signora per una qualsiasi madre di famiglia. Anzi te la immagini che dopo aver preparato il pranzo annuncia ai figli, al marito che esce per andare a lavorare. 

Realtà o finzione?

Poi i casinò. 

Noi europei abbiamo un’idea romantica dei casinò. Immaginiamo luoghi eleganti dove si va vestiti adeguatamente per dedicarsi al brivido del gioco, al rischio di una vita, al tutto o al niente. Luoghi dove i più timorosi entrano con curiosità e prudenza. 
Niente di tutto questo. I casinò si trovano oggi nei mega alberghi, tra la reception e le stanze. All'arrivo sfili con il trolley attraverso distese infinite di slot e con i croupier sempre pronti vicino ai tavoli, anche senza clienti, o con uno o due giocatori concentrati. A tutte le ore. Giorno e notte. Poi ci sono i tavoli con gruppi di persone vocianti che sembrano divertirsi. C'è ancora la signorina seminuda con la cassettina di legno che vende le sigarette, ci sono quelle ammiccanti che sembrano chiederti un drink e non solo... Un circo aperto a tutte le ore. 



Realtà o finzione?

La realtà di Las Vegas "consuma" persone ma anche energie. A dispetto di tutto. Visto dal cosmo questo pianeta azzurro deve apparire come un posto incomprensibile: come spiegare il logoramento di materie prime, di acqua, luce, moquette, lusso in una città creata dal niente nel mezzo del deserto quando contemporaneamente 800 milioni di persone non hanno l'acqua per lavarsi o 1,3  miliardi di persone non hanno l'elettricità?

F.S.


Il titolo è di un dipinto dell’artista canadese Rob Gonsalves 
Le foto sono di Alessandro Borgogno


Follow my blog with Bloglovin

mercoledì 9 dicembre 2015

Il mondo invisibile

Parigi, 5 dicembre 2015

La giornata è cominciata con un imprevisto all’Opéra che ci ha fatto ripiegare su una visita al Musée Rodin. 

Nel pomeriggio, immersi in quella flânerie di cui sembrava animato il nostro soggiorno, proseguendo dal Quai D’Orsay fino ai vicoli del Quartier Latin siamo arrivati, che faceva quasi buio, a Saint-Germain-des-Prés.

Entriamo nella chiesa silenziosa lasciando fuori gli odori dolciastri provenienti dalle bancarelle natalizie del Boulevard Saint-Germain. C'è una leggera brezza.

Percorriamo senza parlare la navata centrale contornata da pilastri con semicolonne policrome, attratti dalle volte a crociera e dal cielo stellato, poi ci separiamo.

Continuo da sola lungo le navate laterali e improvvisamente compare Franck

Se ne sta seduto dando la schiena al muro, le mani incrociate con i pollici che si baciano, guarda l’obiettivo con un sorriso appena accennato. 

“Celibe, dolce, gentile, nato in Bosnia. 51 anni. 
Cacciato dal suo appartamento per via degli allagamenti e dei vapori tossici. Ha lavorato da Henri Maire, come rappresentante. Ama molto la cultura e la musica classica. Appassionato d’ecologia, come i suoi nonni”.


Parigi - Saint-Germain-des-Prés





Franck è uno dei tanti invisibili di questa città. Uno di quelli che fanno arricciare il naso per il cattivo odore, se capita nella stessa carrozza della metropolitana su cui si sta viaggiando. 

Uno di quelli addormentati in giacigli di fortuna negli antri di portoni chiusi, in posizione fetale se fa molto freddo, uno di quelli che superi velocemente cercando, con la coda dell’occhio, una bottiglia vuota o qualsiasi altra testimonianza di quel vizio che giustifica la sua condizione e la nostra indifferenza.

Invisibile, finché qualcuno non fa una cosa molto semplice: toglie la presenza fisica che ti fa distogliere lo sguardo, i vestiti logori, le povere cose raccolte in contenitori di fortuna, gli animali che talvolta lo accompagnano. Toglie l’odore. Smorza il disagio. 

Affida la voce alla parola scritta e racconta la sua storia attraverso le immagini

Non solo. Chiede a  Franck e a quelli come lui di partecipare ad un concorso che ha come tema l’Ecologia nella mia Città e costringe noi, finalmente liberi di guardare, ad aprire gli occhi per la seconda volta.

Quel qualcuno è Elisabeth Tiberghien, Cavaliere della Legion D’onore e Presidente dell’associazione Deuxième marche che si occupa delle persone senza fissa dimora e li aiuta nel reinserimento nel mondo del lavoro. La incontro brevemente il giorno dopo, durante il vernissage che inaugura l’esposizione L’écologie dans ma ville. Prima di lasciarci mi porge sorridendo una cartolina con la poesia di Philippe, uno dei figliocci dell’associazione.

[…] C’est maintenant le Temps
de l’exil où nos yeux calcinés
ne regardent plus les cieux,
où nos crâne éclatés se fracassent
contre les murs de le déraison. […]

Esco da Saint-Germain-des-Prés ripensando al fastidio provato qualche ora prima nel vedere tanti flash al Bataclan o in Place de La République e mi chiedo con quale presunzione considero più sincero il cordoglio di quelli che invece non scattano foto. 

Se un fotogramma ha permesso a me di “vederecome faccio ad essere certa che le immagini che ogni giorno facciamo viaggiare da un capo all'altro del mondo non siano tanti messaggi in bottiglia? Come faccio a sapere quali raggiungeranno la propria destinazione permettendo a qualcun altro, chissà dove, chissà quando, di aprire gli occhi e tornare a guardare il cielo?

Il mendicante seduto sulle scale d’ingresso è ancora lì quando esco.  Ha un piccolo libro, legge. Non chiede nulla.

Parigi - Saint-Germain-des-PrésParigi - Saint-Germain-des-Prés

Le foto sono di Franck, Bossu de Notre Dame e Stéphane Baratay.

Il quadro del titolo è  “Le monde invisible” di René Magritte.



Per saperne di più:


Follow my blog with Bloglovin

mercoledì 2 dicembre 2015

Senza titolo

Un anno fa, più o meno di questi tempi, raccontavo in questo post di donne e di coraggio.

È passato un anno, molte cose sono state scritte in queste pagine, molte cose sono successe e alcune, a partire da queste poche righe settimanali, hanno preso una loro strada.

Dicevo dunque, un anno fa, di donne e di coraggio e questa storia ricomincia proprio da quell'intimo e recondito angolo di me stessa che ne riconosce alcune come sorelle.

Voglio parlarvi dunque di donne e, stavolta, di passione.

Voglio dirvi di una donna capace di “reinventare” con la sua passione per l’insegnamento la storia dell’arte, partendo da una lavagna elettronica interattiva e dalle nuove opportunità offerte dalle tecnologie social: Pinterest, Facebook, Blog, Google+, Twitter, …

Sembra facile vero? 

Provo a immaginarne i retroscena: un ambiente scolastico conservatore e omologato, regole ferree talvolta prive di buon senso, precarietà, una materia relegata al tavolo da disegno, ragazzi e territori difficili. 

A cosa o a chi avrà pensato nelle notti insonni? Al visionario Durand-Ruel che finì più volte in bancarotta  per sostenere, con i suoi acquisti, il nascente mercato impressionista? A Modigliani che urlava a Jeanne Hebuterne: “Io vedo cose che nessun altro vede”? 

E poi? Quando si è resa conto che le storie che raccontava nel suo Blog interessavano centinaia di migliaia di persone? 

Contribuire alla diffusione e divulgazione della storia dell’arte nel mondo ripaga da qualunque frustrazione? Ma il tourbillon dei followers non è spaventoso ogni tanto? La sfiora mai il sospetto di trascurare gli affetti o che la passione possa diventare ossessione: la  stessa abnegazione che spinge l’atleta ad eccellere non è la stessa che mette a rischio la sua vita o che potrebbe condannarlo a menomazioni permanenti? Si sveglia mai di soprassalto, con la sensazione della stanza inondata da un gigantesco e soffocante materasso in lattice che impedisce di respirare? È forse paura quella che sente nel petto?

Siate curiosi, dice ai suoi studenti.

Lo siamo un po’ anche noi e proviamo a farci domande: per comprendere l’arte ma soprattutto per comprendere quelli, fossero Durand-Ruel o Leonardo, che all'arte hanno dedicato, con passione, la propria vita.
Emanuela Pulvirenti
Emanuela Pulvirenti

P.S: Frida Kahlo, Georgia O’Keeffe, Artesmisia Gentileschi, Sofonisba Anguissola, Camille Claudel.

Cinque

Per restare in tema: è il numero esiguo di donne nell'arte che durante un pranzo di lavoro, in quattro e con cultura universitaria, riuscimmo a mettere in fila. 
Ma si sa, le chiacchiere davanti a una pizza prediligono il modello televisivo, curvilineo e siliconato ;-).

Dimenticavo: perché “senza titolo”? 

È presto detto. Durante il workshop “Degli specchi e dei riflessi” narrato a Finestre sul cortile, il lunghissimo titolo di una delle opere presentate mi ha dato l’idea di provare a fare questo gioco: darò ai prossimi cinque post il titolo di un’opera d’arte, cercandone uno adatto dopo averlo scritto e chissà che rovistando, non incappi in qualche bella sorpresa. 

Il primo però non poteva che essere un non-titolo ;-).

Stay tuned! :-)
Questo post è pubblicato anche su La Stampa 
Per saperne di più:


Follow my blog with Bloglovin

giovedì 26 novembre 2015

Il nuovo che avanza

Mi sono svegliata stamattina con il ricordo limpido di una scossa di terremoto. 

Ero al lavoro, le pareti hanno iniziato a tremare, una frazione di secondo per rendersi conto di quello che stava succedendo e attuare la prima cosa che evidentemente farei in una situazione del genere: ripararmi nel vano di una porta. 

Ho la netta sensazione che fu la mia maestra delle elementari a dettare al mio inconscio quell'unica precauzione. La mia maestra delle elementari è anche l’unica persona a godere del credito assoluto che un suo insegnamento potrebbe, un giorno, salvarmi la vita.

L’edificio ha smesso quasi subito di tremare e la seconda cosa che ho fatto è stata affacciarmi (ero a un piano alto del palazzo) per cercare mia sorella. L’ho vista nel piazzale antistante, sana e salva. Poco dopo mi sono svegliata.

Un terremoto è uno strappo doloroso. Una perdita indicibile. Perdiamo i nostri affetti, persone e cose. Senza preavviso. E se abbiamo l’ardire di sopravvivere ad un evento simile, per tutta la vita continuiamo a cercare, sperando di ritrovarli intatti, sperando di riconoscere in mezzo alla folla raccolta in un anonimo piazzale qualcuno o qualcosa che alberga il nostro cuore e la nostra anima, altrimenti spezzata.

Ma quella di stanotte era evidentemente un’esercitazione, non portava con se né angoscia, né sollievo.

Eventi traumatici, punti di rottura, squarci. Riflettevo su questo nei giorni trascorsi. 

Ma quante volte non è un evento esterno e imprevedibile quanto piuttosto la nostra presunzione a fare tabula rasa? Quante volte progettiamo il vuoto

Possibile che non ci sia nulla da imparare da chi, prima di noi, ha fatto le stesse cose? 

Possibile che sia che si tratti del sindaco di una grande città, del responsabile marketing di una grande azienda o di un nuovo fornitore che subentra in un appalto, l’idea di partenza è: adesso vi faccio vedere io? Quante volte il nuovo che avanza è decontestualizzato e nella nostra pretesa di essere “visionari” portiamo invece un bagaglio (quello sì, non potendo fare tabula rasa anche di noi stessi) che appesantisce adattabilità e prontezza, azzera le differenze, coopta, riproduce fantomatici schemi di successo utilizzati in contesti simili? 

Possibile che chi è venuto prima è, per definizione, il peggio che poteva capitare?

Diamine, per tutta la vita ho ringraziato le ex dei miei fidanzati! Pensa ricominciare da zero;-). 

Non dovremmo tendere verso l’ars combinatoria come spiega benissimo Annamaria Testa in questo post

Non dovremmo cercare oggetti smarriti da altri, ripercorrere le stesse strade, riscoprire identiche situazioni e ricombinare tutto in modo creativo ovvero con quella capacità di unire elementi preesistenti in combinazioni nuove, che siano utili?

Il nuovo non si costruisce sul nuovo. Se così fosse, se nulla va salvato, stamattina nel mio sogno avrei guardato il piazzale antistante l’edificio e sarebbe stato miseramente vuoto.

P.S. Le foto sono del progetto di Marine Leriche, Object Trouvés, uno dei padiglioni dell’edizione 2015 Outdoor Festival – Here now. 
Roma - 2015 Outdoor Festival – Here now.

Roma - 2015 Outdoor Festival – Here now.
Roma - 2015 Outdoor Festival – Here now.

Roma - 2015 Outdoor Festival – Here now.

Follow my blog with Bloglovin

mercoledì 18 novembre 2015

Chi ha paura dell’effimero?

Gli esseri umani si inventano dei modi per poter sopravvivere al tempo della guerra... 
(Walter Veltroni, Renato Nicolini – Documentario sull'estate romana e sul meraviglioso urbano).

Nel 1977 Carlo ha vent'anni, frequenta l’università e una ragazza, Annamaria.

Roma nel 1977 è terra di Babilonia, una città difficile e pericolosa, la città degli anni di piombo, della lotta armata, della contestazione studentesca, del terrorismo, dei disordini, della strategia della tensione. I mezzi di comunicazione diffondono quotidianamente bollettini di guerra: esplosioni, attentati, violenti scontri di piazza. 

E morti.

Il 1° febbraio 1977 muore Guido Bellachioma, 22 anni, studente del collettivo di Lettere durante l’occupazione della Sapienza; il 21 aprile l’università è nuovamente occupata e muore l'allievo sottufficiale Settimio Passamonti colpito a morte; il 12 maggio durante una manifestazione contro la Legge Reale del 1975 sul fermo di polizia e l'uso di armi da parte delle forze dell'ordine muore, poco meno che ventenne, Giorgiana Masi colpita all'addome da un proiettile calibro 22 durante gli scontri tra dimostranti e polizia… “e poi primavera / e qualcosa cambiò, / qualcuno moriva / e su un ponte lasciò / lasciò i suoi vent'anni / e qualcosa di più...” (Stefano Rosso, Bologna '77);  il 30 settembre un gruppo di neofascisti uccide con un colpo di pistola Walter Rossi, studente universitario e militante di Lotta continua.



Nel 1977 esce al cinema Saturday Night Fever e il primo episodio di Guerre stellari.

Da Piazza Santa Maria Ausiliatrice nel quartiere Appio -Tuscolano, dove abitava con i genitori e i due fratelli, Carlo raggiungeva gli amici al centro, incurante del clima di guerriglia urbana, per bere una birra o tirare tardi, ma non troppo, sapendo che qualcuno avrebbe vegliato finché non avesse sentito la serratura girare di nuovo nella toppa.

Nel 1977 il sindaco di Roma è un torinese, Giulio Carlo Argan, storico dell’arte e studioso di fama internazionale. 

Indimenticato assessore alla cultura è Renato Nicolini.

Nicolini aveva un animo artistico, era architetto ma era più di tutto immaginifico, vulcanico e fanciullesco anche dopo aver raggiunto l’età avanzata, non badava troppo alla forma del vestire e i capelli vagavano arruffati inseguendo a stento la direzione delle idee, la voce non riusciva a star sempre dietro ai pensieri e così spesso i concetti erano sommersi da nuove parole e il discorso seguiva una direzione sghemba, un fiume in piena ma senza arroganza, anzi gli era rimasta una dose di incredulità, quella stessa di quando era stato catapultato a fare l’assessore capitolino a soli 34 anni.” (Claudio Gamba, La scomparsa di Giuseppe Chiarante e Renato Nicolini).
Renato Nicolini

Argan è sindaco in quegli anni drammatici, è sindaco quando viene rapito e ucciso Aldo Moro e quando il suo cadavere è ritrovato in via Caetani, eppure da mano libera al giovane assessore nel convincimento che la politica è al servizio dei cittadini, che la politica e la cultura si alimentano l’una dell’altra, che la città è il luogo di incontro tra le testimonianze del passato e la militanza culturale e politica nel  presente. Del resto il concetto di politica non viene proprio dalla città, dalla polis?

Renato Nicolini raccoglie la sfida, esce dalla sindrome dell’assedio e restituisce la città ai suoi cittadini: nel momento in cui la paura rischia di vincere inventa luoghi “neutri”, zone franche, mette insieme lunghe notti di cinema, maratone, festival della poesia, in un gioco in cui convive la tipica famiglia romana, il figlio dei fiori, l’intellettuale, il frequentatore di cineclub, il poeta e il proletario. Sono in 4000 a Massenzio per il Peplum e due anni dopo arrivano in migliaia da tutta Italia per il Festival dei Poeti di Castelporziano. 

Nel 1977 i romani migrano lungo le strade di una città in guerra e oltrepassano compatti le porte spalancate da Renato Nicolini: cinema, teatro, musica, arte, sapere, comunicazione, relazioni sociali, sperimentazione. Cultura interclassista, interdisciplinare, partecipata, cultura basata su uno spirito libertario, progressista e laico. Quello stesso spirito che qualcuno tenta ancora oggi, inutilmente, di soffocare con il sangue. Qualcuno, in seguito, l’ha definita cultura dell’effimero
Roma - Basilica di Massenzio

Incontro Carlo alla Feltrinelli di via Appia, poco lontano dai luoghi della sua giovinezza.
“Parlami di Nicolini …” dico. 
“Che vuoi sapere?”
“Della cultura dell’effimero”
“Una faccenda tremendamente seria...”

Stay tuned :-)


Follow my blog with Bloglovin

mercoledì 11 novembre 2015

Le increspature del Design

Per qualche anno sono passata, almeno una volta al mese, dalle parti del monte dei Cocci diretta verso la Stazione Trastevere. Uno dei Clienti che seguivo aveva la sede centrale in quella zona in un bel palazzo tranquillo alla fine di una strada senza uscita.

Attraversavo il Tevere dal Ponte Testaccio, cercavo parcheggio e mi incamminavo velocemente, la mente occupata dall'incontro imminente (le persone da incontrare, l’elenco delle cose da discutere). 

Gli ultimi metri la strada era un po’ in salita e poco prima di girare l’angolo e affacciarsi alla reception, c’era una palazzina interamente occupata al piano terra da un negozio di arredamento, uno di quelli di costoso design. L’allestimento del bagno, per capirci, conteneva vasche a idromassaggio dimensionate per accogliere famiglie di elefanti, rubinetterie che formavano piccole cascate, pavimenti rivestiti di ciottoli del mar Morto raccolti a uno a uno da manodopera locale, che aveva diligentemente scartato tutti quelli che mal si accordavano con i colori della carta igienica. 

Faceva capolino, in vetrina, un oggetto del desiderio disponibile in due versioni, da cui ero irrimediabilmente attratta ma che pur non avrei saputo che farmene, anche se aveva la stessa valenza evocativa della finestra della cucina da trasformare in bovindo per piazzarci il tavolo della colazione.

Lo guardavo indugiando sui materiali, sulla lucentezza, sulla fattura, finché una mattina mi fermo, entro in negozio, chiedo il prezzo e scopro che era inutilmente abbordabile: uno sgabello in alluminio stropicciato a mano (con struttura interna in legno massello) non poteva trovare posto nella mia casa.
Sgabello in alluminio stropicciato a mano

In verità non so quanto gli oggetti in metallo stropicciato, da qualche anno sul mercato, abbiano raggiunto fama e notorietà. Ho l’impressione che si tratti ancora di prodotti di nicchia, anche perché la lavorazione artigianale non ne fa un “design accessibile”.

Del design “stropicciato” mi piace l’idea che per ottenere increspature e pieghe sia necessario possedere un’arte antica: quella di forgiare i metalli e allo stesso tempo sforzarsi di superare il limite funzionale e volare con la fantasia. 

Un po’ come questi aeroplanini in alluminio spiegazzati. 
Blue&Joy

Li crea la coppia di artisti Blue&Joy.


Di sgabelli abbiamo parlato anche qui
Per approfondimenti:

Follow my blog with Bloglovin

mercoledì 4 novembre 2015

…e non giocava a dadi neanche Hitch

di Alessandro Borgogno

Torniamo su alcuni luoghi del delitto per riprendere il discorso intrapreso sulla scuola de “gli Uccelli” e sui luoghi della Provenza dipinti da Van Gogh.

Ci torniamo per fare un passo avanti, e per farlo andiamo a visitare (noi lo abbiamo fatto qualche anno fa viaggiando per la California) le ambientazioni scelte da Hitchcock per un altro dei suoi capolavori, forse il più sentito e sofferto dei suoi lucidi incubi: “Vertigo”, conosciuto da noi come “la Donna che visse due volte”, del 1958.

Ambientato a San Francisco e dintorni, il film ne rispetta scrupolosamente i luoghi sia nella localizzazione che nei tempi di narrazione. Oltre ai più famosi e conosciuti (Il Golden Gate, Lombard Street, il palazzo della Legion d’Onore al Lincoln Park) la storia ne utilizza, non solo come ambientazioni ma anche come veri e propri fulcri narrativi della vicenda, almeno altri due di assoluta suggestione e unicità.

Uno è la Mission Dolores, missione spagnola che dà anche il nome al distretto cittadino, e che se nella storia rappresenta il luogo di sepoltura della presunta antenata in cui crede di essersi reincarnata Kim Novak, nella realtà è un vero luogo storico di San Francisco, la probabile prima missione da cui fu fondata l’intera città. 

Ed è davvero un posto di grande suggestione. 

Fra le vie e le strade tipiche della metropoli californiana, improvvisamente si fa spazio questa piccola chiesa barocca, e dietro un semplice muro si apre un piccolo cimitero che diventa una inaspettata oasi di silenzio e tranquillità. Ci si entra, si passeggia piano e si lascia andare lo squadro sulle lapidi che riportano date vecchie di più di due secoli e che risalgono alla nascita della città. E’ evidente che Hitchcock ha tenuto in gran conto non solo l’aspetto scenografico e “misterioso” del luogo, ma il suo reale significato storico.
San Francisco, Mission Dolores


San Francisco, Mission Dolores


L’altro luogo è un’altra missione, e sta ad un centinaio di miglia a sud, fra San Francisco e Los Angeles. 

È San Juan Bautista, convento spagnolo situato lungo “El Camino Real”, interminabile teoria di missioni francescane (e di campane sante) che si snoda in un percorso continuo di quasi mille chilometri da San Francisco fino al confine con il Messico. Qui Hitch fa esplodere la sua storia, il rapporto fra i protagonisti e il dramma centrale di tutto il suo cupo e magnifico film, e qui ritorna nel finale per il clamoroso e raggelante epilogo. Per farlo effettua una sola manipolazione, ricreando un campanile che non c’è più (ma del quale testimonianze storiche sembrano confermare la precedente esistenza). 

Per il resto il luogo, isolato e magico, letteralmente fuori dal tempo, si presenta oggi come era al tempo in cui sir Alfred vi piazzò la cinepresa, e probabilmente come era anche cento e poi duecento anni prima. E Hitch mantiene realismo e precisione quasi documentaristiche anche nel far viaggiare l’auto dei protagonisti sulla strada alberata che porta alla missione, e perfino nell’inquadrare l’incrocio dove si lascia la strada principale per entrare nel paesino spagnolo.
San Juan Bautista

San Juan Bautista

San Juan Bautista

Il pensiero che ci fa legare queste visite, e queste scoperte, al discorso fatto per Van Gogh è il seguente: come Van Gogh al massimo della sua espressione creativa e immaginifica rappresentò paesaggi rispettandone in modo quasi sorprendente proporzioni e prospettive, così Alfred Hitchcock al punto più alto della sua carriera, anche lui al massimo della sua espressione creativa e potendosi permettere qualunque fantasia e qualunque libertà, utilizzò luoghi reali e li raccontò rispettandone totalmente l’ubicazione, la topografia e il significato storico.

Per chi conosce a memoria il film, (ogni riferimento a chi scrive è puramente casuale) cercando e visitando quei luoghi si scopre addirittura che perfino i tempi di percorrenza e le distanze fra un posto e l’altro sono rispettati dal maestro del cinema in modo talmente rigoroso da contribuire a dare alla narrazione quel ritmo apparentemente più lento e più riflessivo che è anche uno dei tratti che distinguono quel film da molti suoi altri capolavori.

Insomma, senza azzardare spiegazioni che facilmente risulterebbero arbitrarie, ci è sembrato interessante  constatare come sia Van Gogh che Hitchcock, nel momento in cui la loro produzione artistica era più libera da costrizioni e vincoli (il pittore non aveva nessuno a contestare ciò che decideva di mettere o non mettere su tela, il regista era all’apice del suo successo e nessun produttore né sceneggiatore avrebbe mai potuto imporre, né contestare, qualunque scelta avesse deciso di fare), scelsero la disciplina e il rispetto attento e rigoroso della realtà che li circondava e che avevano deciso di raccontare.

Follow my blog with Bloglovin

mercoledì 28 ottobre 2015

Gran Torino

Mi pare fosse il 2005 o forse prima.

Ero stata invitata a Torino, insieme a una collega, a tenere un workshop sul Customer Relationship Management, nella sede di una società partner dell’azienda per cui lavoravamo a quel tempo.

Il tema non mi preoccupava: avevo fatto abbastanza presentazioni a destra e a manca, dai dipendenti della Pubblica Amministrazione Locale di Potenza agli Account Telecom dislocati nelle sperdute periferie romane, da non temere figuracce. Almeno così credevo.

Tornando con la memoria a quella mattina rivedo me e Ilaria fare i controlli di routine: PC, proiettore, ripasso veloce delle slide, caffè (Ilaria), caffè e sigaretta (io), brochure, biglietti da visita, ultimo giro dell’applicazione. 

La sala si riempie, saluti, presentazioni, silenzio, si comincia. 

E all'improvviso non ho più saliva. Niente, finita, puff! Tento inutilmente di inghiottire, non riesco ad articolare parola, guardo le 50 paia di occhi e ho l’impressione che sappiano esattamente quello che sta succedendo. Afferro un bicchiere d’acqua, mando giù un sorso, Ilaria introduce, io seguo, il cuore si placa, la voce trema appena, poi continuo spedita.

Torino.

Sto coltivando il desiderio di ripassare da Torino da quel primo incontro, nel lontano 2005. Non ci sono più tornata ma ogni anno, a Natale, con le prime nevi, mi prende la smania di andare a passeggiare al Parco del Valentino, di ordinare una cioccolata calda in un caffè che si affaccia sulla strada, di gironzolare nella nebbia serale alla ricerca di una donnola gigante e di un posto per chiacchierare fino a tardi. Sistematicamente se qualcuno mi chiede “che fate a Capodanno?” rispondo: “Sto pensando di andare a Torino” ricevendone in cambio un’occhiata perplessa e l’immancabile domanda: perché Torino?

Leggo in questi giorni che la Fondazione Musei ha deciso di sperimentare la realtà virtuale e l’app di una giovane start-up permetterà la visita di alcune sale in 3D. 

È solo un ulteriore elemento che va ad aggiungersi agli altri che sto lentamente stratificando e che fanno la mia personale percezione di questa città. Percezione che è il risultato di quell'unica visita, delle informazioni raccolte e immagazzinate negli anni, delle persone che ho incontrato nella vita “reale” e “virtuale”, del liquido bianco e del liquido blu che si mischiano nella bottiglia (cit. Rudy Bandiera).

Certo, una città vista da turista è cosa diversa da una città che si vive ogni giorno, magari da pendolare. Prendere una metro affollata o lanciarsi in autostrada dopo aver sbrinato il parabrezza dell’auto con la carta di credito non è come fare colazione in hotel e poi uscire nella folla con lo spirito del flâneur. 

E allora, quando qualcuno mi chiede “perché Torino?” penso al ghiaccio della Fontana dei Ceppi, al rumore dei miei passi nelle vie pedonali del centro storico, a Paola e Ilaria, alla Stura e alla Mistura, a Calvino e Pavese, ai 100 occhi, ai visori 3D e rispondo: è per i gianduiotti... :-)
Torino, Parco del ValentinoFoto:

Follow my blog with Bloglovin