mercoledì 13 gennaio 2016

La villa del bambino urlante e altri delitti

di Alessandro Borgogno

Come spesso ci accade, torniamo sul luogo del delitto. Anzi dei delitti. Parlammo tempo fa, in questo post, delle case nel cinema e di come queste assumano un ruolo da protagonista in molti film giustamente famosi. Visitando Torino ne abbiamo approfittato per visitare alcuni di questi luoghi, in particolare quelli scelti da Dario Argento per il suo capolavoro thriller “Profondo Rosso”, del 1975.

Prima fra tutti, inevitabilmente, quella che nel film è chiamata “la villa del bambino urlante”, collocata dalla finzione cinematografica nei dintorni di Roma, ma che nella realtà si trova appunto sulle colline del capoluogo piemontese, a poche centinaia di metri dal Po e dal centro della città.

Dicevamo di lei: “…, quella villa, abbandonata ma custode di un segreto terribile, diventa per una parte importante del film assoluta protagonista, ed anche le musiche ineguagliabili di Gaslini e dei Goblin le assegnano un tema jazz-blues appositamente dedicato. La fanno vivere, muoversi, vibrare, e in qualche modo anche reagire ai tentativi di portare alla luce il suo mistero inconfessabile.”
La villa del bambino urlante - Torino

Nel film appare abbandonata, ma in realtà era abitata anche negli anni settanta quando venne girato il film. Morto il proprietario che la fece costruire ospitò infatti a lungo un collegio femminile gestito dalle Suore della Redenzione, che per il periodo delle riprese furono mandate (suore e ragazze) in villeggiatura a Rimini a spese della produzione. 

Chissà se dissero davvero alle suore soggetto del film e utilizzo che avrebbero fatto degli ambienti dove loro normalmente risiedevano.
Come spesso accade per i luoghi scelti dal cinema, la costruzione è notevole sotto molti aspetti. Costruita su incarico dell’industriale Alfonso Scott nel 1902 su progetto di Pietro 
Fenoglio (uno degli architetti italiani più importanti della corrente Liberty) con la collaborazione di Gottardo Gussoni, è un esempio spettacolare di Liberty italiano, con una struttura complessa e movimentata, scalinate e incroci di piani e prospettive quasi a ricordare le architetture di Escher, ma a linee curve. Richiami neobarocchi e esplicite ispirazioni all'art-nouveau nordeuropea ne modellano bovindi e straordinarie finestre dove il dominio di ellissi e spirali di richiamo floreale ammorbidiscono la visione aumentandone però da ogni angolo la complessità (e, inutile negarlo, anche un certo senso di inquietudine).
La villa del bambino urlante - Torino

Questo capolavoro “vivente” è stato acquistato da privati all’inizio del nuovo millennio, e restaurato con competenza ed attenzione. Essendo ormai una residenza privata non è quindi più visitabile, ahimè, però lo splendido stato di conservazione e la vista dall'esterno, circondata e protetta da un altrettanto magnifico parco-giardino, sono sufficienti a rendere il giusto omaggio al talento dell’architetto Fenoglio che la concepì e a quello del regista Argento che la scelse per materializzare i suoi incubi e per farli diventare anche i nostri.
La villa del bambino urlante - Torino

La visita torinese ci ha permesso poi di proseguire sulle tracce dell’assassino, perché Argento utilizzò anche un altro luogo della città per alcune scene cruciali, e questo ci permette anche di fare una delle tante possibili “chiusure del cerchio”, soddisfacendo anche una delle altre nostre passioni, quella che cerca di accostare e mettere insieme architettura, cinema, fotografia e pittura. 
Piazza C.L.N. , in pieno centro, con le sue fontane dalle enormi statue allegoriche dei fiumi (in particolare il Po) e i suoi portici e colonnati squadrati fa da scenario a molte scene del film. Il protagonista Mark (David Hemmings) vi abita e vi svolge diversi dialoghi importanti con il suo amico pianista Carlo (Gabriele Lavia).  E soprattutto proprio in quel palazzo si svolge il primo orribile omicidio che scatena tutto l’intreccio. Mark lo vede proprio dalla strada in una delle finestre affacciate sui portici. 
Piazza C.N.L. Torino












Infine, sempre sulla piazza, c’è anche il bar notturno dove Carlo suona il piano. Il Bar non esiste e non è mai esistito, lo fece costruire apposta Dario Argento per il film. 

Ma così come per la casa di Psycho (come abbiamo raccontato qui) Hitchcock si ispirò probabilmente ad una casa ritratta in un famoso quadro di Edward Hopper, così Argento in questo caso fece ricostruire il bar incastrato sotto i portici torinesi ricreando esplicitamente struttura e luci di un altro ancor più famoso quadro di Hopper: “Nighthawks”,  del 1942.

Il nome inventato per il film, “Blue bar”, con la parola “blue” ad indicare sia il colore che il significato musicale del termine “Blues” alludendo anche ad un particolare sentimento di tristezza e malinconia,  pensiamo sarebbe piaciuto anche a Hopper.
Blue Bar - E. Hopper


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