domenica 14 aprile 2019

Vendere casa al tempo di Amazon

Quando abbiamo cominciato a pensare alla vendita della nostra casa di famiglia mi sono resa contro fin da subito che era forse necessario per la mia salute mentale fare un piano;-).

L’acquisto o la vendita di una casa è un processo lungo  e complesso, che richiede montagne di scartoffie, valutazioni attente, individuazione del miglior prezzo, il coinvolgimento di professionisti del settore, comunicazione puntuale, accurata gestione delle visite (considerando anche che la casa da vendere è a circa un’ora da Roma) e potrei continuare... 

La compravendita di una casa necessita sopratutto di spendere in maniera proficua il poco tempo che normalmente ognuno può dedicare all'incontro tra domanda e offerta (un mio amico prima di comprare casa ne ha visitate una sessantina) così mi sono detta che operando con assoluta trasparenzaeliminando qualche passaggio e semplificando per quanto possibile questa fase del processo c’era forse speranza di uscirne quantomeno indenne;-) per cui:

1. Le principali informazioni relative all'immobile in vendita sono sintetizzate in questa pagina.
2. Uno studio tecnico di zona può fornire tutta la documentazione necessaria e rispondere a richieste di approfondimento sulle caratteristiche tecniche della proprietà.

Avvertenza: è una grande casa di campagna indipendente con giardino e parco pertinenziale, se nella vita preferite fare altro che guidare un trattorino o instagrammare conserve bio fermatevi pure qui:-).

Dove si trova
Ubicazione immobile via Mezzano Sora (FR)



L’immobile si trova nel comune di Sora, a 5 minuti in auto dal Centro Commerciale “La Selva” e poco distante dall'ingresso della superstrada Sora – Frosinone. 

Si tratta di una casa indipendente di 160,00 mq. lordi a piano, sviluppata su tre piani con relative dipendenze - garage, cantina, ripostigli - con annesso giardino circostante, ampio spazio esternoterreno agricolo in parte adibito a uliveto per altri 5000 mq perfettamente organizzati.

L’immobile, a cui si accede con un comodo viale d’ingresso, è stato progettato per ricavarne due appartamenti autonomi e trasformarlo facilmente in villa bi-famigliare. 

Viale d'accesso



Stato dell'immobile
Immobile via Mezzano 30B Sora FR
Una delle due unità è completamente ristrutturata e abitabile da subito, la seconda è in corso di costruzione.
L’appartamento abitabile è costituito da: ingresso, corridoio, cucina con termocamino, ampio salone (40 mq circa), tre grandi camere da letto, servizi, balconi con portafinestra, riscaldamento autonomo e doppi infissi nuovi. 

L’arredamento a richiesta può essere lasciato all'acquirente. 

L’appartamento in corso di costruzione ha pianta simile ma si presta ad accogliere le diverse esigenze dei futuri proprietari. 

Al piano terra altre tre stanze, oltre al garage e cantina, possono essere adibite agli usi che si desidera. Al momento una è attrezzata a “cucina di campagna” con camino perfettamente funzionante, mentre le altre sono destinate perlopiù a ripostiglio. 

La casa richiede lavori per il completamento del secondo appartamento e le parti esterne (come la maggior parte degli immobili di zona), tuttavia l’ampio spazio esterno consente sia di affrontare i lavori con la tranquillità di poterli gestire in perfetta autonomia e  senza alcun incomodo per i vicini, sia di sfruttare le diverse opportunità di stoccaggio di grossi quantitativi di materiali ed avere accesso in tal modo a scontistiche che permettono di abbattere il costo complessivo dei lavori.

Giardino, uliveto e terreni agricoli recintati completano la proprietà.
Uliveto

Giardino

Servizi, luoghi di interesse, potenzialità
Immersa nel verde e nel silenzio, la posizione ne garantisce un ottimo equilibrio tra desiderio di tranquillità e accesso ai principali servizi: in 5/10 minuti si raggiungono negozi, ristoranti, pub, pizzerie, cinema, farmacie, servizi pubblici (ospedali, cliniche, ASL, …) e luoghi di svago: il lago di Posta Fibreno con la sua isola galleggiante naturale, la cascata di Isola del Liri, la Certosa di Trisulti, l’ Acropoli di Arpino, l’Abbazia di Casamari, l'Abbazia di Montecassino, il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. 

La possibilità di adibire a orto i terreni, di dedicarsi all'allevamento di animali da cortile, di sfruttare la produzione di alberi da frutto e l’uliveto per olio e conserve, consente di ripensare la proprietà in un’ottica di benessere e sostenibilità, sfruttando tutte le potenzialità che generosamente offre.

Prezzo
229.000€

Studio tecnico
Geom. Michele Di Prizito 339.3856798 michele.diprizito@libero.it

Annunci

Foto

Follow my blog with Bloglovin

martedì 12 marzo 2019

Otto marzo 2019

Edoardo De Angelis - Auditorium Parco della Musica
Edoardo De Angelis - Foto di Vittorio Santi
C’è questo signore garbato, Edoardo De Angelis, sul palco della Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. 

Alle sue spalle un bellissimo pianoforte a coda, su un lato un dipinto del maestro Natino Chirico: Roma, città aperta.

È l’otto marzoSi parla e si canta di donne e per le donne.



Insieme a Edoardo si alternano sul palco Fabrizio EmigliFrancesco Anselmo, Alberto Laruccia, Davide MottolaCarlo Valente e David William Caruso (Vinile).

Ho avuto la ventura di conoscere Edoardo De Angelis in occasione di una serie di eventi al Maxxi la scorsa primavera e da quel momento cerco di seguire le briciole di pane che generosamente lascia per quelli che come me si avvicinano timidamente a questo mondo di tradizioni, riferimenti, esercizio, cultura (o controcultura:-))... È un mondo che parte da quei “vinili” ascoltati dieci, cento, mille volte da adolescenti imberbi in stanzette chiuse a chiave o forse da più lontano ancora: quelli bravi lo definiscono cantautorato

Io sono arrivata più tardi, quando le stanze degli adolescenti erano ormai tappezzate di poster dei Duran Duran e le canzoni si ascoltavano con il walkman, dunque per me Edoardo De Angelis e le sue briciole di pane sono soprattutto occasione per raccogliere piccoli frammenti, corpuscoli che si incastrano nei pertugi e sedimentano strati di consapevolezza.

C’è tuttavia un altro aspetto che mi colpisce e su cui penso valga la pena riflettere: il famigerato networking che sembra nato appena ieri con Internet e con cui di questi tempi si riempiono gli scaffali delle librerie. 

Edoardo De Angelis è un modello ante litteram di quello di cui si predica un po’ ovunque, in qualunque professione, in qualunque contesto: la necessità di fare rete e creare relazioni durature perché quello che ci insegna con l’esempio di tutta una vita questo signore che intona su un palco “Anna è un nome bellissimo” è proprio la generosità, l’intuito, la passione, l’orgoglio di saper riconoscere il talento e il coraggio di esserne mentore, senza chiedere in cambio nient’altro che parole, musica e colori.

Follow my blog with Bloglovin

domenica 27 gennaio 2019

Il cinema a volo d’uccello

di Alessandro Borgogno

C’è un cinema che è nato, è stato pensato e realizzato per essere visto su un grande schermo, in una sala buia, fermi al proprio posto e senza distrazioni. 

È tutto il cinema nato e cresciuto prima del sonoro e poi proseguito fino all'avvento delle tecnologie che ne hanno permesso la visione anche con altri strumenti, in altri contesti e con altri ritmi (la televisione prima, poi le videocassette, i dvd, i blue-ray e ora qualunque supporto digitale online, in streaming, on demand, con visioni racchiuse in schermi sempre più piccoli, casalinghi, minimi e ridotti fino a quello di uno smartphone). 

Quel cinema non siamo più abituati a viverlo, perché quando andiamo a vedere un film appena uscito in una sala, si tratta di una pellicola ormai realizzata con le tecnologie di oggi e pensata sapendo che la sua fruizione si moltiplicherà su cento altri supporti. A nessuno più viene in mente di fare una inquadratura come le panoramiche di Sergio Leone con un personaggio piccolissimo in un punto laterale della scena, perché su uno schermo non abbastanza grande si rischierebbe di non vederlo neanche.

Alfred Hitchcocks - The Birds
Alfred Hitchcocks - The Birds
A questo cinema appartengono tutti i film di Sir Alfred Hitchcock, maestro indiscusso della settima arte, regista monumentale che non solo ha realizzato decine di capolavori, ma che del cinema moderno ha codificato, dettato e reso plasticamente evidenti le regole fondamentali, la grammatica e la sintassi, il senso stesso della visione e del suo significato.

Era quindi imperdibile l’occasione di vedere sul grande schermo, ridistribuito eccezionalmente a seguito del restauro audio e video delle copie originali (dal progetto “Il Cinema ritrovato” portato avanti dalla Cineteca di Bologna, visto a Roma al “Nuovo Sacher” di Nanni Moretti il 21 Gennaio 2019) il suo più colossale incubo visionario, raggiungimento delle più alte vette del suo cinema sia per il livello di suspense, sia per la spettacolarità delle scene, sia per la penetrazione psicologica dei personaggi.

Parliamo ovviamente de “Gli Uccelli”, pazzesca impresa creativa e produttiva datata 1963, vero testamento artistico di uno dei più audaci e consapevoli geni della storia della narrazione cinematografica.

Difficile parlare ancora di un film sul quale è già stato detto quasi tutto e del quale anche qui si è già parlato, ma la visione in sala, inchiodati alla sedia con lo schermo enorme di fronte e i suoni che circondano lo spettatore fino allo sfinimento, lo rende un film nuovo di zecca, come una prima visione, anche a chi lo conosce a memoria per averlo visto e perfino studiato decine di volte (ebbene sì, io sono uno di quelli).


Tippi Hedren - Gli Uccelli
Tippi Hedren
La prima menzione va obbligatoriamente a Tippi Hedren, e a come il maestro la riprende. Vista sullo schermo, enorme, la sua eleganza si moltiplica. Anche inquadrata da lontano non perdi mai un dettaglio delle sue movenze e delle sue espressioni. In una delle prime scene compone un numero di telefono usando una matita per girare il disco dell’apparecchio (telefono anni ’60, naturalmente) ed è di una sensualità quasi imbarazzante.

E poi l’audio originale (con sottotitoli, ma per chi conosce il film a memoria perfino inutili) ci fa finalmente ascoltare la sua voce. Limpida, intensa e armonica. E del resto tutti gli attori, per tutto il film, parlano un inglese pulito e comprensibilissimo. In barba alla verosimiglianza, anche l’ubriacone del bar si esprime in modo corretto e scandisce le parole perfino con una sua eleganza. Eppure nulla suona falso. Altri tempi, ma per nulla invecchiati.

La lingua originale ci permette inoltre di cogliere anche molte finezze che inevitabilmente nel doppiaggio si perdono, una delle più famose (ne discutono anche Hitch e Truffaut nella famosa intervista) riguarda gli uccellini in gabbia che attraversano tutta la storia, continuamente richiamati dai protagonisti col loro nome che in italiano sarebbe “Inseparabili” e tradotto (anche giustamente visto che il nome italiano avrebbe poco senso) semplicemente in “pappagallini”, ma che in inglese si chiamano molto più significativamente “Love birds”. E questo nome che diventa quasi un suono, “love birds”, risuona per tutto il film a fare da contrappunto anche sonoro sia utilizzato come doppio senso (a simboleggiare l’amore nascente o mancato fra i diversi personaggi) che come contrasto quasi sarcastico (tutti parlano continuamente di “uccelli d’amore” mentre tutto intorno altri uccelli scatenano tutto il loro odio). E tralasciamo anche le allusioni sessuali che sarebbero fin troppo facili.

Poi, già che si parla del suono, la colonna sonora. La visione al cinema amplifica e rende strabiliante una delle caratteristiche spesso dimenticate ma più clamorose del film: è totalmente privo di musica. Quasi portandoci a un realismo fuori dai canoni Hollywoodiani (non di oggi, ma di sempre) non c’è un solo momento del film che sia sottolineato da una qualsiasi melodia fuori campo. I suoni sono solo quelli delle scene che si susseguono, l’ambiente, le voci dei protagonisti, i rumori della cittadina e della natura, naturalmente le grida degli uccelli. Ma, come si sa, ciò non significa che il film non abbia una partitura, anzi ce l’ha proprio, dal primo all'ultimo secondo. Non a caso Bernard Hermann, storico compositore dei film del maestro, lavora anche qui come supervisore di altri due musicisti, Matthew Ross e Oskar Sala, perché tutta la colonna sonora e tutti i suoni sono progettati e applicati al film esattamente come le melodie di una sinfonia. Anche i silenzi (che infatti non sono mai semplice assenza di suono ma ronzii, deboli rumori, versi lontani) seguono uno spartito, hanno i loro momenti di adagio, di svelto, i loro crescendo, le loro pause. Un lavoro parallelo immenso e totalmente originale, che in sala si coglie in tutta la sua efficacia espressiva e narrativa.

The Birds storyboard
The Birds storyboard
Ancora, la maestria di Hitchcock (da ultimo grande maestro fra quelli nati col cinema muto, come amava ricordare Truffaut) si coglie appieno per tutta la prima parte del film laddove a fronte di pochi dialoghi molto densi ma anche spesso di circostanza, tutti i personaggi vengono presentati e analizzati nella loro più intima psicologia solo attraverso gli sguardi, i rapporti fra loro, i movimenti, il modo di inquadrarli, lo stato d’animo che la camera ci rivela costantemente, ancor più nei momenti in cui le loro parole dicono altro (un gioco in cui Sir Alfred aveva padronanza assoluta). Questo aspetto, forse ancor più delle grandi scene spettacolari, è uno di quelli che più ci guadagna nella visione al cinema. Uno sguardo obliquo, un lieve cambio di espressione che dura magari pochi fotogrammi, nella visione domestica e televisiva sono spesso destinati a perdersi (una distrazione, una telefonata, un oggetto della nostra stanza, un rumore fuori dalla finestra, lo spettatore che si alza un attimo per andare in bagno o per prendere qualcosa in frigo). Nella sala buia, inchiodati alla poltroncina, c’è solo il grande schermo. Nessun dettaglio si perde, e spesso sono dettagli sublimi.

Per gli stessi motivi anche momenti molto famosi e dei quali (quantomeno gli “esperti” o i fissati) conoscono ogni fotogramma, si rivelano amplificati e finalmente in tutta la loro genialità ed efficacia. Giusto per citarne uno, la scena in cui la madre di Mitch (una superba Jessica Tandy) arriva col pick-up alla fattoria di un suo vicino. Entra, vede le tazze rotte in cucina (associazione visiva diretta e folgorante con poche scene prima quando Hitch ci aveva mostrato, sempre mentre i dialoghi dicevano altro, il suo progressivo crollo psicologico nel raccogliere proprio i cocci delle tazzine nel salotto dopo l’invasione di uno stormo di passeri), scopre il proprietario ucciso in modo orribile dagli uccelli, fugge di corsa (tentando di urlare ma senza che le esca alcun suono dalla bocca, altra soluzione geniale e raggelante) risale sul furgoncino e corre via. 

Si sa, perché lo stesso Hitch lo racconta, che per questa scena fece bagnare la strada per l’arrivo del furgoncino in modo che arrivasse senza sollevare polvere. Questo gli ha permesso di riprendere la scena della fuga con la stessa inquadratura (da lontano) ma facendo sì che invece al momento di lasciare la fattoria il pick-up sollevasse grandi turbini polverosi dietro di sé. Con un transfert semplice, diretto e non equivocabile, anziché farci vedere un personaggio che arriva tranquillo e poi fugge in preda al panico, ci fa vedere un camioncino che arriva tranquillo e poi fugge agitato. Conoscevo questa scena a memoria (potrei disegnarla), ma vista sul grande schermo è davvero magnifica.

Nulla, ma proprio nulla, in più di due ore di film, è lasciato al caso, e ogni riferimento concettuale, visivo e anche simbolico nella visione in sala (che, non ci stanchiamo mai di ripeterlo, riporta il film nelle condizioni per cui era stato concepito e realizzato) risalta in modo inequivocabile: il tema dell’abbandono (Melanie abbandonata da piccola dalla madre, la madre di Mitch che ha il terrore di essere abbandonata dal figlio, la maestra a sua volta abbandonata da Mitch ma che non riesce a starne lontano); il percorso cristologico della protagonista da ricca sofisticata e viziata (“torna nella tua gabbia dorata, Melanie Daniels!” dice Mitch nella prima scena) al totale ribaltamento della sua condizione (lei finisce davvero in gabbia, nella cabina telefonica, circondata da uccelli che la attaccano) fino al martirio della scena finale; il celeberrimo tema della Visione (gli uccelli cavano gli occhi alle vittime, ogni scena si chiude con un personaggio che guarda “fuori”) del quale si coglie un dettaglio ancora più sottile grazie alla lingua originale, giacché i protagonisti dicono continuamente, e allusivamente, “capisco…”, che però in inglese è “I see”, e in questo modo con uno dei tanti doppi sensi che amava tanto il maestro londinese non fanno che ripetere “Io vedo”; l’incomunicabilità (i personaggi fra loro faticano a comprendersi per gran parte del film trovando forse i primi punti di contatto proprio al progredire dell’apocalisse, e in una delle tante scene madri gli avventori del ristorante non riescono ad avvisare l’uomo nel parcheggio del pericolo che sta correndo accendendosi un sigaro mentre scorre benzina sul piazzale); la frantumazione (dei rapporti, dell’equilibrio psicofisico delle persone, dei vetri, delle tazzine, perfino dei titoli di testa che si spezzettano al passaggio degli uccelli); e così via, si potrebbe proseguire per ore, ma tanto per non tralasciare uno dei temi di schiacciante attualità del film, il terribile momento in cui il terrore che attanaglia gli abitanti fuoriesce alla ricerca di un nemico e alfine identificandolo facilmente nello “straniero”, quando al ristorante la signora con i figlioletti terrorizzati esplode in una scena isterica accusando Melanie di tutto il male che li sta colpendo: “è colpa tua! È iniziato tutto da quando sei venuta tu! Tu non sei una di noi! Tu sei il male!”. E non c’è bisogno di dire altro.

Potter School - Bodega
Potter School - Bodega
Impossibile tuttavia non citare la scena della scuola, non fosse altro perché ne abbiamo anche già parlato più volte visto il “pellegrinaggio” sui luoghi del film.

Scena suntuosa che al cinema esplode in tutta la sua furia sinfonica: Overture, con Melanie che arriva alla scuola e poi si siede ad aspettare fuori vicino ai giochi dei bimbi; Adagio, con i primi piani di Melanie che fuma (alla faccia dell’attuale politically correct, come si potrebbe immaginare questa scena senza la sigaretta di Tippi?), la cantilena dei bambini che arriva attutita dalla classe, i corvi che iniziano a radunarsi dietro di lei; Crescendo, con la suspense tipica del maestro che si esprime con la progressione irregolare di un corvo, tre corvi, cinque corvi, dieci corvi e poi… ; Colpo di piatti (citazione per citazione) improvvisamente cento corvi!; Sospensione (suspense); Melanie entra a scuola, avvisa la maestra, la classe si prepara a uscire per scappare, i corvi sono fermi in silenzio; Presto, si sentono i passi dei bambini che iniziano a correre, i corvi si alzano improvvisamente tutti insieme e quel punto la sinfonia esplode con tutti gli strumenti in campo: la corsa dei bambini, l’attacco dei corvi, le urla, le grida degli uccelli, la violenza, il dettaglio degli occhiali rotti di una bimba sull'asfalto (dettaglio Ėjzenštejniano, e nuovo richiamo al tema della “visione”). 

Un incubo orchestrato alla perfezione. 

Non si finirebbe più ma almeno un’altra scena merita una menzione speciale, perché vissuta (non vista, vissuta) in sala raggiunge dei livelli quasi insostenibili. 

L’ultimo attacco alla casa, mentre i protagonisti sono tutti dentro (di nuovo in gabbia) barricati per resistere. L’attacco è totalmente sonoro, decisamente ispirato agli attacchi aerei della seconda guerra mondiale, ma la messa in scena e i suoni al cinema sono un attacco deliberato e prolungato ai sensi (e ai nervi) dello spettatore. Ma non bastasse questo, la camera inquadra le vittime con una precisione entomologica mentre si muovono alla ricerca di un riparo da una minaccia che non si vede. Per fare questo Hitch li riprende sempre con molto spazio davanti a loro (e sullo schermo lo spazio vuoto diventa enorme), per non farci mai dimenticare che stanno cercando di nascondersi da qualcosa che non c’è, e in questo modo ci mostra come non abbiano alcuna possibilità di mettersi in salvo. Non ci si nasconde da un suono, in qualunque angolo si tenti di accucciarsi. I loro movimenti sono senza senso, e il regista ce lo mostra senza alcuna pietà. Quella scena, inchiodati sulle poltrone del cinema (eguagliata in identificazione e disagio dello spettatore solo dalla scena madre de “la finestra sul cortile”) raggiunge livelli di partecipazione allucinanti. Si trema anche se la si conosce a memoria, salgono i brividi anche se sai già come andrà a finire, vorresti scappare ma non puoi, esattamente come loro.


La baia di Bodega Bay
La baia di Bodega Bay
Ultima nota doverosa per lo straordinario direttore della fotografia, Robert Burks
Fedele complice dei deliri visivi del genio londinese, lo ha seguito e assecondato con la sua maestria fin dal 1951 (con “L’altro uomo – Strangers on a train”) firmando un elenco di titoli che fa impressione: “Il delitto perfetto” (1954), “La finestra sul cortile” (1954), “L’uomo che sapeva troppo” (1956), “Il ladro” (1956), “La donna che visse due volte” (1958), “Intrigo internazionale” (1959), “Gli uccelli” (1963), “Marnie” (1964).  Per quei film, e per le esigenze di un regista come Hitchcock che ad ogni girato inventava cose nuove, occorreva continuamente trovare delle soluzioni per illuminare scene in teatro di posa che poi venivano montate con sfondi o altri trucchi per diventare scene all'aperto.

Virtuoso di posizionamento e diffusione delle luci, ricreare in modo artificiale la luce naturale del giorno era uno dei suoi “passatempi” preferiti. Se si guarda con occhio attento molte di quelle scene, ci si accorge (e non sempre) di quante siano le situazioni in cui si passa da una luce artificiale ad una naturale senza che quasi se ne abbia percezione o in quanti casi nella stessa immagine siano combinate insieme parti di diverse inquadrature riprese in condizioni completamente differenti (solo “Intrigo internazionale” è un luna park di piccoli trucchi ed effetti che per la gran parte sfuggono all'occhio proprio grazie alla capacità di Burks di uniformare la luce). 

Ma naturalmente è qui, nella follia de “Gli uccelli”, che raggiunge la sua vetta, e la visione in technicolor sullo schermo ce ne dà tutta la grandezza. “Gli uccelli” è un film pazzesco realizzato in un momento storico in cui era sostanzialmente impossibile realizzarlo. Un’impresa sbalorditiva sotto tutti i punti di vista (espressivo, tecnico, narrativo) che solo un regista come Hitchcock poteva intraprendere e solo un autore fotografico di pari genio e competenza poteva seguire assecondandolo e trovando ogni volta le soluzioni più adatte. Ogni trucco, ogni trovata fotografica e cinematografica utilizzata per quel film è stata inventata in quella occasione, per la prima volta (perfino l’utilizzo di cartoni animati sovrapposti a riprese reali, grazie alla consulenza di un altro grande, Ub Iwerks, genio dell’animazione proveniente direttamente dagli studi Disney). Elencarle tutte sarebbe impossibile, anche se non si può non citare la ripresa dall’alto di Bodega Bay mentre divampa l’incendio con i gabbiani che compaiono riempiendo piano piano lo schermo. È più di una ripresa “a volo d’uccello”. È, per la prima volta, “il punto di vista degli uccelli”.

La scena finale
La scena finale
E naturalmente a chiudere una “visione” così totalizzante da riempire la sala, esplode in tutta la sua magnificenza l’ultima inquadratura del film (un quadro che da solo potrebbe essere analizzato per la luce e per la composizione spendendoci settimane di discussione, e la cui importanza è già abbastanza evidenziata dalla scelta di Hitch di non far comparire neanche la scritta “The End” al termine del film, altra novità assoluta per l’epoca): un quadro vivente composto montando insieme decine di inquadrature diverseMai come sul grande schermo risulta evidente la celebre definizione dei critici Bruzzone e Caprara: “La magnifica atmosfera impressionista della scena finale cos'altro è se non l’incubo del Giudizio Universale tradotto in luce?

Lo so, siamo di parte ed esageriamo, volontariamente e coscientemente, perché siamo convinti che sia giusto farlo: la visione de “Gli Uccelli” di Alfred Hitchcock al cinema, sul grande schermo nella sala buia, è qualcosa di più della semplice visione di un grande film. È un’esperienza fuori dal comune.

Follow my blog with Bloglovin

sabato 1 settembre 2018

Date a Darwin quel che è di Darwin

di Alessandro Borgogno

Ogni tanto capita che qualcuno, da un qualunque punto parziale del panorama umano, che sia politico, sociale, economico, trascendente o condominiale, si senta in diritto di tirare dentro il povero Charles Darwin per giustificare la propria esigenza di purezza, di rigore, perfino di integrità razziale. 

Qualche tempo fa è stato un deputato qualunque di un partito o movimento altrettanto qualunque che per giustificare la sua evidente fame di epurazione dei dissidenti interni non ha trovato di meglio che buttare lì una cosa tipo: "È un po' la legge di Darwin, sopravvivono i più forti, non i deboli".

La legge di Darwin… ci mancava solo che si arrivasse ad attribuirgli perfino la formulazione di una legge. Neanche fosse un qualunque sottosegretario. E non manca in tempi recenti di sentir nominare a sproposito concetti del genere anche per quanto riguarda la presunta “lotta per la sopravvivenza” fra poveri cristi, come se nella misera competizione fra miseri individui c’entrasse qualcosa il povero genio inglese e men che mai i concetti da lui formulati sull'evoluzione e sul cambiamento delle specie animali.

Ci sono diverse considerazioni da fare su questa apparentemente (ma solo apparentemente), piccola inesattezza.

Prima di tutto essa si basa, assai superficialmente, sul concetto di darwinismo sociale, una di quelle idee che come tante altre poco felici, ha la discutibile forza di restare viva anche dopo essere stata sepolta da decenni. Un po’ come i protocolli dei savi di Sion. Tutti sanno che sono falsi ma tutti continuano a citarli come fossero veri.

Il concetto di darwinismo sociale: una truffa

Il darwinismo sociale è un'invenzione tutta umana che Darwin non si è mai sognato di pensare, ed è stato inventato da chi voleva giustificare autoritarismi, inutilità dello stato sociale, capitalismi, sopraffazioni. Tutta roba che con la Natura e con l'evoluzionismo darwiniano non ha niente a che fare.

Darwin studiava e osservava e parlava di Natura, di ere geologiche, di milioni di anni, di vita sulla terra, non di beghe da condominio né di litigi da terza media, ma neanche di presunti funzionamenti della sopravvivenza degli individui all'interno della società umana.
Questa idea del darwinismo sociale, oltre a non essere mai stata formulata da Darwin, è superata ormai in tutti i campi dello scibile umano, ma c’è sempre qualcuno innamorato di questa idea un po’ fascista della sopraffazione del più forte sul più debole che è sempre pronto a tirarla fuori. 

Anzitutto darwinismo sociale è una truffa già dal nome. Come detto Darwin non c'entra nulla.

Si dovrebbe chiamare spencerismo sociale, perché se la inventò Herbert Spencer, un filosofo inglese che su alcune tematiche probabilmente si dimostrò un tantino sbrigativo. Il termine darwinismo sociale venne adottato dai suoi detrattori, in particolare dal giornalista anarchico francese Émile Gautier, perché faceva assai più effetto. Oggi si direbbe che era una semplificazione giornalistica. E come tale rimase.

In ogni caso, ciò che accadde è che nella sostanza il buon Herbert limitò, abbastanza strumentalmente, il darwinismo alla lotta per la sopravvivenza e adottò il concetto di “Lotta per la vita e la morte” come unico motore della vita sulla terra, tanto in natura che all'interno delle società umane. Lo limitò tanto strumentalmente che in realtà l'idea venne formulata da Spencer prima ancora che Darwin esponesse la sua teoria (e anzi è addirittura Darwin che cita Spencer nella sua opera, segnalando appunto la sua definizione di “sopravvivenza del più adatto”. Darwin, come tutti sanno, aveva invece coniato il termine di “selezione naturale”, con una accezione assai più ampia e complessa). Attraverso la sua idea di selezione naturale, infatti, Darwin affermò al contrario che l’evoluzione poteva esprimersi in molti modi e anche molto diversi fra loro.
Affermò anche che la competizione fra specie diverse e all'interno della stessa specie può anche essere incruenta.E infine, che la competizione non è affatto il solo meccanismo dell'evoluzione biologica. La moderna biologia, come sempre dandogli ragione anche dopo molti anni, ritiene infatti ormai che la competizione cruenta tra organismi sia minoritaria nei processi evolutivi e riguardi solo una percentuale di questi, molto spesso non decisiva.

Sui contenuti si potrebbe dibattere all'infinito ma la sostanza è che applicare i meccanismi di selezione a strutture organizzate socialmente è, a voler essere buoni, una inaccettabile forzatura. E non si tratta di considerare gli uomini come diversi dagli altri animali, perché anche gli animali, a dispetto di qualunque semplificazione faziosa, se hanno un qualche tipo di organizzazione sociale tendono ad aiutare e a soccorrere gli individui più deboli, e non a lasciarli indietro. Si da il caso che l'organizzazione sociale, evoluzionisticamente parlando, sia nata proprio per questo: per aumentare le possibilità di sopravvivenza di tutto il gruppo, non solo dei più forti. E ancor di più l’organizzazione sociale evoluta tende a valorizzare le caratteristiche peculiari di ciascuno a favore della comunità, non ad eliminarlo perché diverso o apparentemente inadatto rispetto ad altri. L’essere o non essere adatti, del resto, è totale funzione dell’ambiente in cui ci si trova, e non ha nulla a che fare con pretese qualità “assolute” di alcuni.

La formica e l'elefante

Tanto per non restare solo nel teorico, sarà utile citare le nostre care amiche formiche, che così tanto ci affascinano proprio perché capaci di una organizzazione sociale così simile alla nostra. Costruiscono case e città, modificano l’ambiente, si specializzano in mestieri diversi.
Nei formicai ci sono un sacco di individui apparentemente disabili.
Ci sono dei tipi di formiche che sviluppano un addome enorme per fare da contenitore di riserva del cibo utile a tutto il formicaio. Una specie di giare viventi. Ebbene, questa caratteristica le rende inadatte a qualsiasi attività. Non riescono a muoversi, non procurano cibo e non scavano gallerie e non difendono le larve. Ma sono utili alla comunità e vengono difese e accudite dalle altre. In diverse specie di formiche gli addetti alla difesa del formicaio, le formiche soldato, per essere delle combattenti efficienti hanno sviluppato delle mandibole talmente sproporzionate che non sono più in grado di cibarsi da sole. E le altre formiche le imboccano. La regina di molte termiti è specializzata e indispensabile, come quella delle formiche, nella funzione di unica produttrice di uova di tutta la comunità, ma l’enorme incubatrice rappresentata dal suo addome la rende totalmente incapace a fare altro.

Questi individui (ma gli esempi potrebbero essere centinaia) al di fuori della comunità non potrebbero mai sopravvivere.

E si potrebbe continuare con altri tipi di animali. Anche all'altro estremo della scala evolutiva (e delle dimensioni). 

Gli elefanti non lasciano indietro gli individui vecchi e malati. I vecchi sono il punto di riferimento del branco. Sono meno veloci ma il branco si affida alla loro esperienza. Chi si perde viene spesso cercato e ritrovato. Addirittura chi muore viene ricoperto con foglie e rami, quasi una sepoltura.

Purtroppo le cattive idee sedimentano assai meglio di quelle buone. In genere perché sono più semplici e comportano meno sforzo mentale per appropriarsene. È per questo, crediamo, che il concetto di darwinismo sociale abbia ancora tanto seguito: perché è sbrigativo e fa sempre comodo a chi ha tendenze autoritarie, quando non espressamente razziste. Ma non è soltanto un falso storico e una teoria (non di Darwin) palesemente sbagliata. È un' idea del mondo e della società che addirittura trova proprio nell’evoluzionismo darwiniano le sue più decise smentite.

Tra evoluzione e progresso

L’evoluzionismo darwiniano ha decine e decine di aspetti che lo contrappongono diametralmente a questo genere di idee. Perfino la colpevolissima confusione che si fa troppo spesso fra “evoluzione” e “progresso”, è appunto una colpevole confusione. Non solo non sono necessariamente sinonimi, ma a volte sono addirittura antitetici.
Per amore di verità, anche se indegni ad approfondire qui un argomento tanto importante e complesso, cerchiamo di vedere almeno tre di questi aspetti principali.

1. L’evoluzione darwiniana non è mai influenzata da ciò che un individuo fa nel corso della sua vita, se non per il semplice atto di riprodursi. Questa era, semmai, la famosa idea iniziale di Lamarck (la giraffa allunga il collo per mangiare più in alto e poi i suoi figli nascono con il collo più lungo), da cui non a caso deriva anche un cosiddetto “lamarckismo sociale” secondo il quale i figli di un operaio sarebbero maggiormente predisposti a fare gli operai. Darwin capì (e dimostrò) che non è così. Il figlio di un campione di tennis non nasce già con il muscolo del braccio destro più sviluppato. Il cambiamento generato dalla mutazione genetica è preventivo, e successivamente viene sottoposto alla prova ambientale. Quindi se anche un individuo sviluppa una particolare capacità durante la sua vita questa non verrà automaticamente trasmessa alla prole. Quindi non c’è nulla in natura che dica che un figlio di un operaio debba necessariamente fare l’operaio, né che un figlio di un proprietario di televisione debba per forza diventare anche lui un manager delle telecomunicazioni. Nella sostanza, nella sua sostanza più progressista ed egualitaria, l’evoluzione darwiniana ad ogni generazione ridà a tutti gli individui la stessa probabilità di essere portatori di un cambiamento.

2. Se proprio vogliamo riportare i meccanismi darwiniani anche nel nostro contesto sociale, allora diciamo pure che l’evoluzione darwiniana ha già spazzato via da due secoli il concetto di merito e di qualità assolute (la famosa “meritocrazia”…): una qualsiasi qualità si può rivelare utile alla sopravvivenza in un determinato ambiente ed essere totalmente inadatta in un altro. Si parla di caratteri, e non ne esistono di buoni o di cattivi, sono tutti utili o dannosi a seconda dell’habitat in cui si troveranno ad esprimersi.

3. L’evoluzione darwiniana non comporta necessariamente “progresso” né “aumento della complessità”. In determinate condizioni, anzi spessissimo, l’evoluzione invece comporta la perdita di determinate caratteristiche anziché la loro acquisizione, e anche la semplificazione degli organismi. Si può tranquillamente tornare indietro, perdere delle “qualità” se non servono più a nulla, abbandonare il superfluo. Ci si può evolvere senza progredire, anche restando fermi se è la soluzione migliore. In natura non esiste la “crescita” a tutti i costi. Se non serve a niente, o se addirittura dannoso, non si cresce. Ci si evolve semplificando le soluzioni.

Insomma, com'è ovvio a chi scrive non piace che Charles venga tirato in ballo a sproposito, meno che mai da chi non sa neanche lontanamente di cosa sta parlando. Sai Charles, in fondo le persone che si aggrappano alla tua grandezza per il loro miserabile arrivismo sono piccole e ignoranti e anche presuntuose. Non sanno, e forse non sapranno mai, che credere nell'evoluzionismo significa anzitutto essere molti umili, ammettere tutti i nostri limiti e i nostri difetti, e ritrovare il senso delle cose importantiVorremmo quasi dirti di perdonarli, ma forse non lo meritano.

Paris - Muséum national d'Histoire naturelle - Grande Galerie de l'Évolution
Paris - Muséum national d'Histoire naturelle - Grande Galerie de l'Évolution 


Approfondimenti
Di Charles abbiamo parlato anche qui


Follow my blog with Bloglovin

lunedì 7 maggio 2018

L’Étranger

Io sono solo un povero cadetto di Guascogna,
però non la sopporto la gente che non sogna.
(Francesco Guccini, Cirano)

Sto leggendo L’estate del ‘78 di Roberto Alajmo e mi sta piacendo molto.

A detta del mio Kindle sono solo al 36% della lettura per cui tutto potrebbe cambiare da qui alla fine del libro, ma tanto questa non è una recensione: è solo uno spunto di riflessione, come è già capitato con altri testi

In questo caso lo spunto è molto personale. Scrittura terapeutica.

Per inciso, non conoscevo Alajmo finché non mi sono imbattuta in un post di Rosario Palazzolo su Facebook. La Sicilia, i talenti, i social e le buone connessioni. Cose possibili:-).

I motivi per cui mi sta piacendo così tanto sono fondamentalmente due (poi magari se ne aggiungeranno molti altri): il primo è legato al modo in cui scrive, è  come un incantesimo, una malia, è Shahrazāde. Il secondo ha a che fare con la vita, la morte e quello che sta tra questi due poli. 

Quello che sta nel mezzo, e che mi pare Alajmo sia riuscito precisamente a mostrare, è la capacità di cambiare, è l’“evoluzione” naturale nel tempo: usciamo e entriamo in ere diverse della vita e in ognuna siamo noi, ma siamo anche diventati altro.

E quello che ci spinge fuori dall'aspirazione di un’eterna adolescenza può essere una nuova vita, un figlio, una discendenza, o la morte che con la stessa forza ci mette di fronte all'età adulta. 

Ma la morte pesa ancora di più se ci sono i figli ma non il sangue, poiché assicurare la discendenza attiene in tal caso all'immateriale, alla sopravvivenza nello spirito di chi resta e trasmette. E allora serve il racconto, occorre trasformarsi in Shahrazāde o in un cadetto di Guascogna.

Ci voli fidi puru a chiantari un pedi d’auliva”. Puru, e anzi soprattutto: visto che l’ulivo è fra le piante che richiedono più tempo per dare frutti. (L’ulivo è l’albero che ogni padre pianta per il figlio, rinunziando a un reddito immediato per investire sul futuro della propria discendenza).

Nei giorni scorsi avevo cominciato a ragionare sulla possibilità di aggiungere una nuova piantina all'uliveto che un padre lungimirante ha piantato per noi figlie. Per vari motivi ho poi valutato che non era fattibile ma la rinuncia ha un sapore amaro perché a questo embrione avevo già dato un nome, l'étranger, e qualcosa a cui diamo un nome, esiste già. 

Esiste ma non basta, poi ci vuole coraggio, mestiere, competenza, cura, impegno, fatica. Più di ogni cosa, ci voli fidi

Ulivo secolare – Valle dei Templi di Agrigento
Ulivo secolare – Valle dei Templi di Agrigento



Follow my blog with Bloglovin