sabato 1 settembre 2018

Date a Darwin quel che è di Darwin

di Alessandro Borgogno

Ogni tanto capita che qualcuno, da un qualunque punto parziale del panorama umano, che sia politico, sociale, economico, trascendente o condominiale, si senta in diritto di tirare dentro il povero Charles Darwin per giustificare la propria esigenza di purezza, di rigore, perfino di integrità razziale. 

Qualche tempo fa è stato un deputato qualunque di un partito o movimento altrettanto qualunque che per giustificare la sua evidente fame di epurazione dei dissidenti interni non ha trovato di meglio che buttare lì una cosa tipo: "È un po' la legge di Darwin, sopravvivono i più forti, non i deboli".

La legge di Darwin… ci mancava solo che si arrivasse ad attribuirgli perfino la formulazione di una legge. Neanche fosse un qualunque sottosegretario. E non manca in tempi recenti di sentir nominare a sproposito concetti del genere anche per quanto riguarda la presunta “lotta per la sopravvivenza” fra poveri cristi, come se nella misera competizione fra miseri individui c’entrasse qualcosa il povero genio inglese e men che mai i concetti da lui formulati sull'evoluzione e sul cambiamento delle specie animali.

Ci sono diverse considerazioni da fare su questa apparentemente (ma solo apparentemente), piccola inesattezza.

Prima di tutto essa si basa, assai superficialmente, sul concetto di darwinismo sociale, una di quelle idee che come tante altre poco felici, ha la discutibile forza di restare viva anche dopo essere stata sepolta da decenni. Un po’ come i protocolli dei savi di Sion. Tutti sanno che sono falsi ma tutti continuano a citarli come fossero veri.

Il concetto di darwinismo sociale: una truffa

Il darwinismo sociale è un'invenzione tutta umana che Darwin non si è mai sognato di pensare, ed è stato inventato da chi voleva giustificare autoritarismi, inutilità dello stato sociale, capitalismi, sopraffazioni. Tutta roba che con la Natura e con l'evoluzionismo darwiniano non ha niente a che fare.

Darwin studiava e osservava e parlava di Natura, di ere geologiche, di milioni di anni, di vita sulla terra, non di beghe da condominio né di litigi da terza media, ma neanche di presunti funzionamenti della sopravvivenza degli individui all'interno della società umana.
Questa idea del darwinismo sociale, oltre a non essere mai stata formulata da Darwin, è superata ormai in tutti i campi dello scibile umano, ma c’è sempre qualcuno innamorato di questa idea un po’ fascista della sopraffazione del più forte sul più debole che è sempre pronto a tirarla fuori. 

Anzitutto darwinismo sociale è una truffa già dal nome. Come detto Darwin non c'entra nulla.

Si dovrebbe chiamare spencerismo sociale, perché se la inventò Herbert Spencer, un filosofo inglese che su alcune tematiche probabilmente si dimostrò un tantino sbrigativo. Il termine darwinismo sociale venne adottato dai suoi detrattori, in particolare dal giornalista anarchico francese Émile Gautier, perché faceva assai più effetto. Oggi si direbbe che era una semplificazione giornalistica. E come tale rimase.

In ogni caso, ciò che accadde è che nella sostanza il buon Herbert limitò, abbastanza strumentalmente, il darwinismo alla lotta per la sopravvivenza e adottò il concetto di “Lotta per la vita e la morte” come unico motore della vita sulla terra, tanto in natura che all'interno delle società umane. Lo limitò tanto strumentalmente che in realtà l'idea venne formulata da Spencer prima ancora che Darwin esponesse la sua teoria (e anzi è addirittura Darwin che cita Spencer nella sua opera, segnalando appunto la sua definizione di “sopravvivenza del più adatto”. Darwin, come tutti sanno, aveva invece coniato il termine di “selezione naturale”, con una accezione assai più ampia e complessa). Attraverso la sua idea di selezione naturale, infatti, Darwin affermò al contrario che l’evoluzione poteva esprimersi in molti modi e anche molto diversi fra loro.
Affermò anche che la competizione fra specie diverse e all'interno della stessa specie può anche essere incruenta.E infine, che la competizione non è affatto il solo meccanismo dell'evoluzione biologica. La moderna biologia, come sempre dandogli ragione anche dopo molti anni, ritiene infatti ormai che la competizione cruenta tra organismi sia minoritaria nei processi evolutivi e riguardi solo una percentuale di questi, molto spesso non decisiva.

Sui contenuti si potrebbe dibattere all'infinito ma la sostanza è che applicare i meccanismi di selezione a strutture organizzate socialmente è, a voler essere buoni, una inaccettabile forzatura. E non si tratta di considerare gli uomini come diversi dagli altri animali, perché anche gli animali, a dispetto di qualunque semplificazione faziosa, se hanno un qualche tipo di organizzazione sociale tendono ad aiutare e a soccorrere gli individui più deboli, e non a lasciarli indietro. Si da il caso che l'organizzazione sociale, evoluzionisticamente parlando, sia nata proprio per questo: per aumentare le possibilità di sopravvivenza di tutto il gruppo, non solo dei più forti. E ancor di più l’organizzazione sociale evoluta tende a valorizzare le caratteristiche peculiari di ciascuno a favore della comunità, non ad eliminarlo perché diverso o apparentemente inadatto rispetto ad altri. L’essere o non essere adatti, del resto, è totale funzione dell’ambiente in cui ci si trova, e non ha nulla a che fare con pretese qualità “assolute” di alcuni.

La formica e l'elefante

Tanto per non restare solo nel teorico, sarà utile citare le nostre care amiche formiche, che così tanto ci affascinano proprio perché capaci di una organizzazione sociale così simile alla nostra. Costruiscono case e città, modificano l’ambiente, si specializzano in mestieri diversi.
Nei formicai ci sono un sacco di individui apparentemente disabili.
Ci sono dei tipi di formiche che sviluppano un addome enorme per fare da contenitore di riserva del cibo utile a tutto il formicaio. Una specie di giare viventi. Ebbene, questa caratteristica le rende inadatte a qualsiasi attività. Non riescono a muoversi, non procurano cibo e non scavano gallerie e non difendono le larve. Ma sono utili alla comunità e vengono difese e accudite dalle altre. In diverse specie di formiche gli addetti alla difesa del formicaio, le formiche soldato, per essere delle combattenti efficienti hanno sviluppato delle mandibole talmente sproporzionate che non sono più in grado di cibarsi da sole. E le altre formiche le imboccano. La regina di molte termiti è specializzata e indispensabile, come quella delle formiche, nella funzione di unica produttrice di uova di tutta la comunità, ma l’enorme incubatrice rappresentata dal suo addome la rende totalmente incapace a fare altro.

Questi individui (ma gli esempi potrebbero essere centinaia) al di fuori della comunità non potrebbero mai sopravvivere.

E si potrebbe continuare con altri tipi di animali. Anche all'altro estremo della scala evolutiva (e delle dimensioni). 

Gli elefanti non lasciano indietro gli individui vecchi e malati. I vecchi sono il punto di riferimento del branco. Sono meno veloci ma il branco si affida alla loro esperienza. Chi si perde viene spesso cercato e ritrovato. Addirittura chi muore viene ricoperto con foglie e rami, quasi una sepoltura.

Purtroppo le cattive idee sedimentano assai meglio di quelle buone. In genere perché sono più semplici e comportano meno sforzo mentale per appropriarsene. È per questo, crediamo, che il concetto di darwinismo sociale abbia ancora tanto seguito: perché è sbrigativo e fa sempre comodo a chi ha tendenze autoritarie, quando non espressamente razziste. Ma non è soltanto un falso storico e una teoria (non di Darwin) palesemente sbagliata. È un' idea del mondo e della società che addirittura trova proprio nell’evoluzionismo darwiniano le sue più decise smentite.

Tra evoluzione e progresso

L’evoluzionismo darwiniano ha decine e decine di aspetti che lo contrappongono diametralmente a questo genere di idee. Perfino la colpevolissima confusione che si fa troppo spesso fra “evoluzione” e “progresso”, è appunto una colpevole confusione. Non solo non sono necessariamente sinonimi, ma a volte sono addirittura antitetici.
Per amore di verità, anche se indegni ad approfondire qui un argomento tanto importante e complesso, cerchiamo di vedere almeno tre di questi aspetti principali.

1. L’evoluzione darwiniana non è mai influenzata da ciò che un individuo fa nel corso della sua vita, se non per il semplice atto di riprodursi. Questa era, semmai, la famosa idea iniziale di Lamarck (la giraffa allunga il collo per mangiare più in alto e poi i suoi figli nascono con il collo più lungo), da cui non a caso deriva anche un cosiddetto “lamarckismo sociale” secondo il quale i figli di un operaio sarebbero maggiormente predisposti a fare gli operai. Darwin capì (e dimostrò) che non è così. Il figlio di un campione di tennis non nasce già con il muscolo del braccio destro più sviluppato. Il cambiamento generato dalla mutazione genetica è preventivo, e successivamente viene sottoposto alla prova ambientale. Quindi se anche un individuo sviluppa una particolare capacità durante la sua vita questa non verrà automaticamente trasmessa alla prole. Quindi non c’è nulla in natura che dica che un figlio di un operaio debba necessariamente fare l’operaio, né che un figlio di un proprietario di televisione debba per forza diventare anche lui un manager delle telecomunicazioni. Nella sostanza, nella sua sostanza più progressista ed egualitaria, l’evoluzione darwiniana ad ogni generazione ridà a tutti gli individui la stessa probabilità di essere portatori di un cambiamento.

2. Se proprio vogliamo riportare i meccanismi darwiniani anche nel nostro contesto sociale, allora diciamo pure che l’evoluzione darwiniana ha già spazzato via da due secoli il concetto di merito e di qualità assolute (la famosa “meritocrazia”…): una qualsiasi qualità si può rivelare utile alla sopravvivenza in un determinato ambiente ed essere totalmente inadatta in un altro. Si parla di caratteri, e non ne esistono di buoni o di cattivi, sono tutti utili o dannosi a seconda dell’habitat in cui si troveranno ad esprimersi.

3. L’evoluzione darwiniana non comporta necessariamente “progresso” né “aumento della complessità”. In determinate condizioni, anzi spessissimo, l’evoluzione invece comporta la perdita di determinate caratteristiche anziché la loro acquisizione, e anche la semplificazione degli organismi. Si può tranquillamente tornare indietro, perdere delle “qualità” se non servono più a nulla, abbandonare il superfluo. Ci si può evolvere senza progredire, anche restando fermi se è la soluzione migliore. In natura non esiste la “crescita” a tutti i costi. Se non serve a niente, o se addirittura dannoso, non si cresce. Ci si evolve semplificando le soluzioni.

Insomma, com'è ovvio a chi scrive non piace che Charles venga tirato in ballo a sproposito, meno che mai da chi non sa neanche lontanamente di cosa sta parlando. Sai Charles, in fondo le persone che si aggrappano alla tua grandezza per il loro miserabile arrivismo sono piccole e ignoranti e anche presuntuose. Non sanno, e forse non sapranno mai, che credere nell'evoluzionismo significa anzitutto essere molti umili, ammettere tutti i nostri limiti e i nostri difetti, e ritrovare il senso delle cose importantiVorremmo quasi dirti di perdonarli, ma forse non lo meritano.

Paris - Muséum national d'Histoire naturelle - Grande Galerie de l'Évolution
Paris - Muséum national d'Histoire naturelle - Grande Galerie de l'Évolution 


Approfondimenti
Di Charles abbiamo parlato anche qui


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lunedì 7 maggio 2018

L’Étranger

Io sono solo un povero cadetto di Guascogna,
però non la sopporto la gente che non sogna.
(Francesco Guccini, Cirano)

Sto leggendo L’estate del ‘78 di Roberto Alajmo e mi sta piacendo molto.

A detta del mio Kindle sono solo al 36% della lettura per cui tutto potrebbe cambiare da qui alla fine del libro, ma tanto questa non è una recensione: è solo uno spunto di riflessione, come è già capitato con altri testi

In questo caso lo spunto è molto personale. Scrittura terapeutica.

Per inciso, non conoscevo Alajmo finché non mi sono imbattuta in un post di Rosario Palazzolo su Facebook. La Sicilia, i talenti, i social e le buone connessioni. Cose possibili:-).

I motivi per cui mi sta piacendo così tanto sono fondamentalmente due (poi magari se ne aggiungeranno molti altri): il primo è legato al modo in cui scrive, è  come un incantesimo, una malia, è Shahrazāde. Il secondo ha a che fare con la vita, la morte e quello che sta tra questi due poli. 

Quello che sta nel mezzo, e che mi pare Alajmo sia riuscito precisamente a mostrare, è la capacità di cambiare, è l’“evoluzione” naturale nel tempo: usciamo e entriamo in ere diverse della vita e in ognuna siamo noi, ma siamo anche diventati altro.

E quello che ci spinge fuori dall'aspirazione di un’eterna adolescenza può essere una nuova vita, un figlio, una discendenza, o la morte che con la stessa forza ci mette di fronte all'età adulta. 

Ma la morte pesa ancora di più se ci sono i figli ma non il sangue, poiché assicurare la discendenza attiene in tal caso all'immateriale, alla sopravvivenza nello spirito di chi resta e trasmette. E allora serve il racconto, occorre trasformarsi in Shahrazāde o in un cadetto di Guascogna.

Ci voli fidi puru a chiantari un pedi d’auliva”. Puru, e anzi soprattutto: visto che l’ulivo è fra le piante che richiedono più tempo per dare frutti. (L’ulivo è l’albero che ogni padre pianta per il figlio, rinunziando a un reddito immediato per investire sul futuro della propria discendenza).

Nei giorni scorsi avevo cominciato a ragionare sulla possibilità di aggiungere una nuova piantina all'uliveto che un padre lungimirante ha piantato per noi figlie. Per vari motivi ho poi valutato che non era fattibile ma la rinuncia ha un sapore amaro perché a questo embrione avevo già dato un nome, l'étranger, e qualcosa a cui diamo un nome, esiste già. 

Esiste ma non basta, poi ci vuole coraggio, mestiere, competenza, cura, impegno, fatica. Più di ogni cosa, ci voli fidi

Ulivo secolare – Valle dei Templi di Agrigento
Ulivo secolare – Valle dei Templi di Agrigento



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mercoledì 18 aprile 2018

Primavera digitale

Sono andata a vedere “Ready Player One” ultimissimo film del creatore di storie e sogni Steven Spielberg che sembra presentarci l’ennesima variazione sul tema del futuro distopico (e assai vicino, 2045) mettendo in scena una fuga dalla realtà totalmente tecnologica che si concretizza in un universo virtuale chiamato “OASIS”.

Quella che sembra (e in parte è) una brillante e divertente disamina dei pregi e i difetti del distacco dalla realtà ben presto si rivela anche per qualcosa di molto più sottile e dissacratorio: una carrellata pressoché infinita di citazioni e riferimenti alla cultura pop degli anni ‘80 e ’90: videogiochi, film, fumetti, disco-music e hard rock e chi più ne ha più ne metta. Nel fare questo, e affidando proprio alla conoscenza minuziosa di queste “arti minori” le soluzioni per risolvere il dramma di tutta la vicenda e del mondo intero, ci suggerisce di continuo che la cultura personale, il background, i riferimenti storici di ognuno di noi possono avere un valore estremamente alto, come del resto predicava spesso Umberto Eco (che miscelava anche nelle sue più dotte elucubrazioni i romanzi di alta letteratura ai fumetti più popolari, le considerazioni psicologiche e sociologiche più acute alle strisce dei Peanuts).


OASIS come XANADU?

Quarto potere, uno dei più grandi capolavori della storia del cinema inizia e finisce, con scene di straordinaria tecnica ed atmosfera, su un edificio che rappresenta e simboleggia aspetto, mole e personalità del protagonista della storia.

Come Charles Foster Kane è ispirato alla figura del miliardario William Hearst, così la sua principesca residenza chiamata Candalù (Xanadu in originale) altro non è che l’assurdo e fiabesco Hearst’s Castle, ancora esistente e visitabile sulle colline che dominano la costa californiana vicino Los Angeles. Ciò che Orson Welles fa di Xanadu, oltre ad usarla come sfondo di molte scene fondamentali, è presentarla letteralmente come la proiezione dell’ego e della multiforme personalità del suo ingombrante protagonista (interpretato da lui stesso, quindi volutamente ingombrante anche nel fisico). 
Il Castello enorme e labirintico diventa metafora fisica delle molte anime psicologiche di Kane, i saloni immensi e i corridoi infiniti rappresentano plasticamente l’inaccessibilità e l’incomunicabilità che via via prende possesso della sua vita e dei suoi rapporti umani.

Ecco. Proviamo a ripensare Charles Foster Kane come un nerd dei nostri giorni e avremo James Halliday e il suo mondo virtuale a cui chiunque può accedere, purché in possesso di visore e guanti aptici: OASIS parte da Orson Welles e arriva fino a Spielberg - passando per Kubrick e l’ Overlook Hotel - che a sua volta ricostruisce mondi dove i fantasmi diventano concreti e il virtuale e il reale diventano un tutt'uno.



www.danielbrowns.com
Credits: www.danielbrowns.com
E quando Samantha e Wade finalmente si incontrano nella vita reale, Janusz Kaminski  li inquadra nell'orto realizzato sul tetto di una Ville Planète ad alta intensità urbana - Columbus, Ohio, 2045 ma potrebbe essere il Bronx o la Banlieue - come due studenti qualunque della scuola di Stephen Ritz in attesa di una primavera che sembra non voler arrivare. 

E non so se dipende dalla nostra impazienza, o se il tempo delle stagioni è diventato un altro, se è diventato il tempo di Pinterest o di Instagram: è primavera quando nei nostri feed compaiono fiori di pesco e prati di margherite gialle, quando compaiono immagini che cercano di avvicinarsi alla realtà con la post produzione, e viene allora da chiedersi come sarà la stagione della rinascita per tutti i Wade e le Samantha, i Parzival e le Art3mis  cresciuti in metropoli iperconnesse e con un immaginario fatto di pixel.

Tecno-creatori di fiabe digitali

www.danielbrowns.com
Credits: www.danielbrowns.com
Poi ci fu quella volta che la tecnologia dei tubetti per i colori aiutò i pittori impressionisti ad afferrare il brivido della luce che cambia, perché permetteva di dipingere en plein air…

In ogni epoca, gli artisti hanno sempre usato i mezzi del loro tempo. Il pixel è l’equivalente moderno della pennellata. Mi sono ispirato anche dal design e dalla ricerca scientifica. Le mie fonti si trovano nella storia dell’arte. Le mie opere digitali proseguono lungo le linee della storia dell’arte del XIX e XX secolo. Molti artisti come Georges Seurat, Paul Cézanne o Claude Monet nel XIX secolo o Piet Mondrian, Victor Vasarely, Andy Warhol, Luciano Fontana, Yves Klein, o Nam June Paik nel ventesimo secolo, sono stati visionari e innovatori nel campo della pittura e non solo. Attraverso le loro varie indagini pittoriche e i loro approcci intellettuali, questi artisti, in un certo senso, per me prefigurano la Digital Art. (Miguel Chevalier)

E poiché mai si parte da una tela completamente bianca, sono i riferimenti che ognuno di noi coltiva per tutta la vita a creare il nostro paradiso artificiale, i nostri profeti e giardinieri

Un paradiso in cui la natura è un’altra cosa: è primavera digitale, è fiaba tecnologica, è Fractal Flowers, è Ultra-Nature, è Trans-Nature, è una nuova estetica che mescola arte e scienza, vita e morte, pixel con materiali, e abolisce ancora una volta i confini tra reale e virtuale per “liberare l’arte (l’uomo?) da ogni costrizione fisica, per trascendere i limiti della società contemporanea” e perché no, dell’Anima Mundi.


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venerdì 23 febbraio 2018

Il rosso e il nero, il prima e il dopo, l’ultimo

Uno dei vostri crimini è aver messo a nudo alcune pieghe del cuore umano troppo sporche per essere vedute… (Prosper Mérimée, Lettere licenziose a Stendhal (1830-1835))

LE DERNIER METRO - TRUFFAUTI titoli di testa de L’ultimo Metrò scorrono sullo schermo su uno sfondo rosso papavero e fino a ieri, sarebbero scivolati via senza grossi traumi ma oggi, nel dopo Cromorama, sappiamo che la sensazione che un colore ci suggerisce è legata al contesto e mai alla tinta, che quando un grande artista usa un colore lo fa per darci la sua visione del mondo, che il colore non è una mera registrazione di dati fisici

Sappiamo anche che vedere è una costruzione

E se vedere è una costruzione, l’intreccio della sceneggiatura con la mia personale e pregiudizievole (ri)costruzione, senza sapere nulla della storia, a partire dallo sfondo rosso dei titoli di testa, ha dato luogo ad una conclusione totalmente fasulla: ecco un rosso boudoir che evoca passione, eccitazione e che si sposa perfettamente con “l’ultimo” del titolo, quasi un richiamo a un “ultimo” famoso ballo et voilà! una nuova trama che non c’entra nulla, o quasi, con quello che viene raccontato sullo schermo (del resto nella costruzione del colore non conta l’armonia quanto avere una storia da raccontare:-)).

Eppure la scelta di una dominante rossafin dalle prime inquadrature, non può essere casuale: il rosso evoca forse il sangue, la guerra, le ferite di una nazione (la pellicola racconta le vicissitudini del Teatro Montmartre sotto l’occupazione tedesca)? Vuole suggerire una sensazione di angoscia, di claustrofobia (il regista e impresario ebreo, Lucas Steiner, resta nascosto fino all'ultima scena come un fantasma imprigionato nelle segrete del teatro)? 
LE DERNIER METRO - TRUFFAUT
LE DERNIER MÉTRO

In un’intervista rilasciata a Le Quotidien di Paris, nel giugno del 1980 Truffaut dice:
Le dernier métro è un film notturno. Bisognava considerare che l’impressione di quel periodo è spesso fatta di ricordi in bianco e nero, alla maniera delle foto e dei film d’epoca. Credo di aver risolto il problema parlandone molto con Nestor Almendros, prendendo delle decisioni con lui”.

Truffaut e Almendros (Barcellona, 1930 – New York, 1992), direttore della fotografia ingaggiato per la nona volta dal cineasta, decidono che i primi 45 minuti si svolgono di notte, al buio, per dare maggiormente l’idea di essere in guerra, sacrificando la verità storica (all'epoca in cui il film è ambientato alle dieci di sera era ancora chiaro) a una verità estetica. Del resto Almendros è uno dei maestri indiscussi del bianco e del nero, della luce e dell’ombra, anche se stavolta affida la dicotomia luce-tenebre al rosso-nero. E sarà forse un caso se la stessa coppia di colori è presente nella bandiera della Germania nazista?

L’atmosfera è dunque misteriosa, la passione velata, tutto si gioca sulla metà nascosta (“in te ci sono due donne” è l’immancabile lettura di ogni mano femminile che capita a tiro di Depardieu-Granger), sulla verità-finzione, sul significato ambiguo (il figlio della portinaia coltiva piantine di tabacco ma è facile immaginare che possa trattarsi di un altro tipo di vegetale), sul binomio buio-luce, su una realtà che non si staglia nitida ma si intravede appena, quasi  che Truffaut, facendo suo il rimprovero di Mérimée a Stendhal, avesse steso un tramonto sulle pieghe del cuore umano.

LE DERNIER METRO - TRUFFAUT
LE DERNIER MÉTRO

P.S. Di colori e di cinema abbiamo già scritto qua e là... :-)


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venerdì 9 febbraio 2018

Il violino di papà

di Alessandro Borgogno

Un’immagine per me indelebile della giovinezza di mio padre Lodovico lo vede in piedi, chioma al vento e sguardo profondo, nella cromatica appena sbiadita delle prime fotografie a colori, mentre suona il violino su un prato, fra le montagne della sua Cortina d’Ampezzo, con lo sfondo di un bosco e di una cima più lontana.

Era arrivato a suonarlo bene il violino, Lodovico, e lo suonava formando un gruppo con altri amici che si esibiva nella chiesa della Difesa, una delle due chiese principali di Cortina, quel paese che allora cominciava appena a diventare una cittadina popolosa e che poi sarebbe divenuto un luogo famoso in tutto il mondo. La chiesa non era la parrocchia principale di Cortina, quella poco sopra, sul corso, con il campanile che svetta su tutta la valle. Ma gli ampezzani dell’epoca finirono per frequentare molto di più la piccola chiesa più in basso, perché le messe erano assai più spettacolari. Si cantava, e c’erano quei ragazzi che suonavano. Nascerà in quegli anni il suo amore per la musica, e mentre suonerà il flicorno nella banda, continuerà per proprio conto a studiare il violino che gli piace molto di più, e il suo interesse non si fermerà a quella normalmente definita classica ma, avido di conoscenze, si estenderà a qualsiasi genere musicale. Nascerà anche l’amore per la letteratura, e quella fame di sapere che lo accompagnerà sempre. 

Leggeva, il piccolo Lodovico, leggeva tanto e leggeva tutto, e ciò che poi costruirà con le proprie forze nell'arco di tutta la sua vita, insieme ad una famiglia con moglie e tre figli di cui io sarò il terzo, sarà una biblioteca sconfinata che non smetterà mai di alimentare con nuovi libri e nuovi volumi. Tutto ciò che la scuola e lo studio non hanno potuto dargli, che la guerra e la povertà e la necessità di cominciare a lavorare fin da piccolo non gli hanno permesso di avere, se lo riprenderà da solo, senza l’aiuto di nessuno, pagina su pagina, copertina su copertina, dalla letteratura classica all'astronomia, dall'archeologia alla storia, dall'arte alle opere teatrali fino ai fumetti, nulla si lascerà sfuggire. Comprerà tutto, leggerà tutto, assorbirà tutto.

E avrà sempre con sé il violino, anche una volta arrivato a Roma e messa su famiglia. Ma da un certo punto in poi non lo suonerà più.

Per me quel violino in casa ha sempre rappresentato un ponte con qualcosa che avrei sempre e solo potuto intuire ma che mai avrei potuto davvero conoscere. Perché non ho mai sentito e mai sentirò mio padre suonarlo. Interrogato o sollecitato, ha sempre risposto con una delle sue tipiche leggende inconfutabili secondo la quale “ci sono solo due strumenti che se li lasci poi non puoi mai più riprendere, il corno e il violino”. Verità assoluta mai verificabile.

Eppure il violino è lì, ed è talmente carico di tutto quello che io non conosco e non potrò mai sapere della giovinezza di mio padre che non ha neanche importanza se sia davvero lo stesso che suonava da giovane oppure un altro arrivato dopo. Le leggende non necessitano di riscontri.

Talmente forte e ricorrente è sempre stato il desiderio di stabilirci un rapporto che alla fine qualche modo l’ho trovato anche io. Due volte l’ho usato per inserirlo in rappresentazioni del tutto mie. Una volta, forse ventenne, lo usai come oggetto di scena per un piccolo recital di canzoni scritte e cantate da me. Iniziavo la serata con il violino. 

Lo imbracciavo, facevo due note, poi la mia voce registrata fuori campo mi interrompeva dicendo “bè? Che ti sei messo in testa? Ora anche il violino?”. Così lo posavo, prendevo la chitarra, iniziavo a suonare e cantare le mie canzoni e non lo toccavo più fino alla fine.
Una quindicina di anni dopo lo ripresi. Lo usai per una scena di un cortometraggio che partecipò anche ad un concorso. Il film era discretamente surreale, comunque anche lì lo imbracciavo per pochi istanti, nella scena finale, ed accennavo una sonata in realtà doppiata sulla pista sonora da una vera incisione di un vero violinista. Finzione cinematografica anche evidente, come era giusto che fosse, anche perché io non lo so né mai lo saprò suonare.

Significativamente in tutti e due i casi l’ho utilizzato per poco più di un istante. 
Così come un istante è quello fissato per sempre dalla foto di mio padre che lo suona fra le montagne. 

E ancora oggi se mi fermo per un istante a pensare alla giovinezza di mio padre, il primo oggetto che mi viene in mente, senza sforzo, senza chiamarlo, è il suo violino. 
Il violino di papà - Cortina D'Ampezzo



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