giovedì 23 maggio 2019

Il gioco dell'arte


di Alessandro Borgogno

“Andiamo Watson, il gioco è cominciato!”


È una frase iconica, uno di quei colpi di genio che i grandi scrittori inanellano nei loro scritti e che rendono ancora più immortali le loro creazioni. 

È la frase che Sherlock Holmes dice spesso al suo amico fidato quando si inizia la caccia al colpevole di qualche nuovo e inspiegabile delitto. Ed è in quel “è cominciato” che risiede il genio. Improvvisamente, talvolta senza che ce ne siamo ancora resi conto, ci dice che non stiamo vivendo una prefazione, un preludio, una preparazione. Ci dice che la corsa è già iniziata, siamo già in partita e probabilmente siamo già alla rincorsa, dobbiamo recuperare con l’astuzia, l’ingegno, la rapidità di pensiero e di azione per raggiungere un colpevole che già sta sfuggendo. Raggiungerlo, superarlo, fermarlo e consegnarlo alla giustizia. È una frase che in mezza riga ci precipita nel vivo di un’avventura che non ci lascerà più il fiato fino alla sua conclusione, spesso spettacolare, a volte imprevedibile e a volte grottesca, mai banale e scontata.

La frase, giustamente e inevitabilmente, non ce la risparmia neanche Luana Petrucci nella sua messa in scena, per il laboratorio teatrale ragazzi “Carpe Diem – Teatro e altre arti”, di una ennesima e inedita avventura (per gli appassionati, un “apocrifo”, e d’autore) del grande detective dilettante di Londra.

Sabato 18 e domenica 19 maggio, al teatro Grassi di Marino, abbiamo potuto seguire “Sherlock Holmes e il caso dell’ape tatuata”, un lavoro di Luana e dei suoi fenomenali ragazzi che ha riportato sul palcoscenico le gesta, i tic, le manie, le geniali intuizioni e la grande lotta al crimine del più grande investigatore della storia della letteratura.

Ne scrivo necessariamente una recensione di parte, non solo perché conosciamo Luana e i suoi ragazzi e li seguiamo ormai da anni sempre con maggiore piacere e soddisfazione, ma anche perché in questo caso la scrittrice e regista mi ha anche voluto coinvolgere fin dal concepimento del copione - approfittando della mia passione quasi patologica per l’opera di Conan Doyle - per consigli, indicazioni, suggestioni, e poi per la mia parallela passione fotografica, tanto da utilizzare proprio le mie foto (scattate a Londra al 221b di Baker Street, dove la fenomenale casa-museo di Sherlock materializza la fantasia letteraria in una realtà ormai indistinguibile dalla finzione; e alle cascate Reichenbach in Svizzera, teatro di uno dei più epici scontri della storia della letteratura poliziesca) per trovarvi atmosfere e indicazioni per la bellissima scenografia realizzata da Sara Botti e Sauro D'Annibali e illuminata e “sonorizzata” di volta in volta dall'oscuro ma preziosissimo lavoro di Franco Schettini e farle diventare scenografie esse stesse, proiettate sullo sfondo del palcoscenico a ricreare e richiamare gli ambienti nei quali si muovono i molti personaggi della storia. Un’emozione nell'emozione che ancora una volta Luana è riuscita a regalarmi.

Non sarò obiettivo quindi, ma anche a volerlo essere sarebbe impossibile non ammirare il lavoro appassionato e rispettosissimo di tutta la compagnia nel curare ogni minimo particolare della scena o del carattere dei personaggi, nel dare loro nuova linfa e caratteristiche originali senza mai tradire i  prototipi, nel districarsi in una trama complessa e contorta imponendo sempre agli spettatori la giusta attenzione, e mantenendo per tutta la durata un ritmo costantemente “andante mosso”, alternando con ammirevole equilibrio le risate, il dramma, l’azione, la riflessione, il grottesco e il tragico.

Per chi come il sottoscritto conosce a memoria tutto il “canone” holmesiano e anche diverse sue “derivazioni”, ritrovare ad ogni angolo citazioni (quella in testa all'articolo è solo una delle più celebri), reinterpretazioni originali dei suoi casi più famosi o dei suoi personaggi più celebri, reinvenzioni ad incastro di alcuni fra gli elementi estratti con arguzia dalle sue storiche avventure, è stato davvero un piacere continuo.

Occorre però, e con piacere, spendere qualche parola per i formidabili ragazzi che Luana mette sul palcoscenico ogni volta di fronte a prove sempre più ardite e che ogni volta le affrontano e le superano con uno spirito e una determinazione non da semplici allievi, ma da veri attori maturi e consapevoli.

Partiamo naturalmente da Sherlock, impersonato dal giovanissimo Matteo Cippitelli che ne riproduce brillantemente tutte le manie e le nevrosi. Imperdibili le sue espressioni di noia o di insofferenza quando qualcuno dice o fa delle cose che lui considera perdite di tempo (come disperarsi per la morte del proprio marito:-)). Francesco De Fabiani nei panni del fido dottor Watson contrappunta di continuo, a volte anche solo con una presenza apparentemente silenziosa (ma sempre spettacolarmente espressiva) l’ingombrante protagonismo del detective, regalandoci scenette di coppia a volte davvero esilaranti, come la lotta furibonda con la pistola dove uno tenta di sparare, e l’altro cerca di impedirglielo, alla noiosa e saccente esperta di api (Edith Cragwell), interpretata da una bravissima e giustamente inquietante Benedetta Bulgarini, lanciata in una prolissa spiegazione scientifica in stile SuperQuark (con puntuale colonna sonora sulla quarta corda).

Imponente, ironico e minaccioso al punto giusto, Gioele Testa incarna un azzeccato professor Moriarty, il nemico giurato di Sherlock, il “Napoleone del crimine”, dotandolo di un trasformismo e di una presenza scenica che restano impresse. Con lui, complici sotto svariate mentite spoglie, una scoppiettante Flavia Lepizzera (ormai una delle presenze più costanti e significative nella compagnia) che dà vita alla presunta moglie della prima vittima (Olivia West) per poi rivelarsi astuta e pericolosa antagonista del Nostro e poi finire infine vittima essa stessa del grande criminale, in alcune delle scene più drammatiche e al tempo stesso divertenti, e una brillante e luminosa Ludovica Gosti nei panni dell’ambivalente giornalista Kitty Riley, anche lei manovrata dal malvagio Professore.

Nel via vai rutilante di personaggi che ruotano intorno alla vicenda e invadono di continuo il mitico appartamento di Baker Street, l’impeccabile Sofia Porfiri, una perfetta signora Hudson, entra ed esce, spolvera e serve il tè, e soprattutto critica, commenta e bacchetta l’ingestibile detective come forse solo a lei, fin dai racconti originali di Conan Doyle, è permesso fare. E con lei partecipano al carosello Moira Ulisse alias Mary Morstan, una convincente futura signora Watson che cerca in ogni momento di riportare i due coinquilini agli aspetti più umani e quotidiani della vita e dei rapporti fra le persone; Sofia Patrignanelli che nei panni di Betty Lamotte materializza una seconda (stavolta autentica) fidanzata della vittima che contribuisce in modo determinante a rendere ancora più ingarbugliata la matassa da svolgere; Sofia Padoan che interpreta il medico legale Molly Hopper, delicata e gentile a dispetto della sua professione, determinante nell'analizzare i dettagli dei cadaveri e animata da un rapporto di amicizia e “quasi” affetto del tutto particolare con l’intrattabile Sherlock; Sarah Simeoni che nel ruolo di Sybil, enigmatico personaggio che sa e vede molte cose ma le dice sempre in modo obliquo tanto da necessitare sempre di interpretazione, apre la storia entrando in scena cantando “Scarborough fair” e regalando subito a tutta la storia la sua atmosfera ambigua e piena di ombre; e poi i tre simpaticissimi “irregolari di Baker Street”, Wiggins, Tom e Tam, rispettivamente Lisa Bertinaria, Pietro D’Annibali e Amira Degli Esposti, sguinzagliati per le vie di Londra a cercare indizi fra la spazzatura, personaggi degni delle migliori comiche britanniche (che infatti Luana fa muovere sulle note di una delle classiche melodie usate nei vecchi film di Chaplin, mostrando ancora una volta il suo sconfinato e giustificatissimo amore per il grande Charlie, altro nome illustre del nutrito elenco di geni inglesi del cinema e della letteratura). 

Una parola in più per la piccolissima Lisa, che nei panni di Wiggins prende su di se anche il compito di raccontare in appositi intermezzi i rimandi e i collegamenti principali con l’opera originale di Conan Doyle, dando vita a quegli aspetti didattici e di diffusione delle conoscenze a cui Luana non rinuncia mai in ogni suo lavoro.

Infine, una menzione quasi “d’onore” per due delle “veterane” del gruppo (e parlare di veterane per delle ragazze davvero giovanissime fa sempre un po’ sorridere) che ormai sono davvero una sola cosa con la loro autrice e regista e ne rappresentano spesso le complici più consapevoli e consolidate; Claudia Moroni, con la consueta e dominante presenza scenica, si cala nei panni del personaggio forse più originale, una Hannah Doyle (che omaggia col suo cognome il creatore di tutto questo universo), mai esistita nei romanzi ma che racchiude brillantemente in un unico carattere l’ufficialità di Scotland Yard e dei Servizi Segreti inglesi e l’ingombrante figura del fratello Mycroft (che è uno dei tanti colpi di genio di Conan Doyle), riproducendone l’invadenza, la superbia, l’intelligenza sottile, la visione ampia e diversificata della realtà, e il modo un po’ sprezzante di trattare Sherlock come fosse uno che gioca con problemi di poca importanza mentre questioni ben più cruciali urgono di essere affrontate; Gaia Piatti, che invece impersona una versione quasi onirica della mitica Irine Adler, di eleganza e ambiguità fatali, che ormai risiede stabilmente nei pensieri di Sherlock e quando si materializza in scena sembra ancora essere l’unica a riuscire a metterlo davvero in difficoltà, confondendolo inevitabilmente con un carico quasi insostenibile di fascino e di intelligenza emanati in egual misura.

Sherlock Holmes e il caso dell’ape tatuata - Carpe Diem – Teatro e altre arti
Non posso non concludere con alcune considerazioni che ritengo davvero importanti: il lavoro di Luana, continuo e incessante, mette in circolo e in comunicazione fra loro energie e conoscenze brillanti e mai banali. Per questo è un lavoro prezioso e vitale, e per questo va sempre sostenuto ogni volta che se ne ha la possibilità. In questo specifico caso, avendo seguito e in parte vissuto “real time” anche concezione e sviluppo di questo progetto non posso evitare di pensare a quanti e quali punti di partenza sparsi nel tempo e nel spazio (anche geograficamente molto distanti) si sono intrecciati e infine coagulati in ciò che abbiamo visto e vissuto in questo weekend di teatro. Per quanto mi riguarda ci sono cose che partono dalla lontana passione letteraria e dalla mia simbiosi fotografica con i luoghi che visitiamo io e Anna durante i nostri viaggi, c’è un viaggio a Londra, dove proprio Anna mi volle portare,  e un altro recentissimo in Svizzera proprio sulle tracce di Sherlock, ci sono confronti di opinioni e di immagini con Luana, e anche messaggi scambiati questa estate durante le riletture dei testi di Doyle, c’è il suo modo di guardare le mie foto e di trarne ispirazioni e soluzioni per le sue creazioni, e poi copioni in bozza su cui scambiare opinioni, e ci sono molte altre cose ancor meno tangibili ma assolutamente necessarie a far circolare le idee, a contaminarsi di continuo perché dall'unione, a volte anche dalla confusione, di tutti questi elementi sparsi possa poi coagularsi qualcosa di nuovo e di assolutamente originale, qualcosa che finisce per arricchire tutti quelli che ne vengono a contatto.

Arricchiti e consapevoli che, appena finito un gioco, ce n’è già un altro pronto a cominciare.

E allora andiamo, Watson!


Altre foto dell'evento qui


domenica 14 aprile 2019

Vendere casa al tempo di Amazon

Quando abbiamo cominciato a pensare alla vendita della nostra casa di famiglia mi sono resa contro fin da subito che era forse necessario per la mia salute mentale fare un piano;-).

L’acquisto o la vendita di una casa è un processo lungo  e complesso, che richiede montagne di scartoffie, valutazioni attente, individuazione del miglior prezzo, il coinvolgimento di professionisti del settore, comunicazione puntuale, accurata gestione delle visite (considerando anche che la casa da vendere è a circa un’ora da Roma) e potrei continuare... 

La compravendita di una casa necessita sopratutto di spendere in maniera proficua il poco tempo che normalmente ognuno può dedicare all'incontro tra domanda e offerta (un mio amico prima di comprare casa ne ha visitate una sessantina) così mi sono detta che operando con assoluta trasparenzaeliminando qualche passaggio e semplificando per quanto possibile questa fase del processo c’era forse speranza di uscirne quantomeno indenne;-) per cui:

1. Le principali informazioni relative all'immobile in vendita sono sintetizzate in questa pagina.
2. Uno studio tecnico di zona può fornire tutta la documentazione necessaria e rispondere a richieste di approfondimento sulle caratteristiche tecniche della proprietà.

Avvertenza: è una grande casa di campagna indipendente con giardino e parco pertinenziale, se nella vita preferite fare altro che guidare un trattorino o instagrammare conserve bio fermatevi pure qui:-).

Dove si trova
Ubicazione immobile via Mezzano Sora (FR)



L’immobile si trova nel comune di Sora, a 5 minuti in auto dal Centro Commerciale “La Selva” e poco distante dall'ingresso della superstrada Sora – Frosinone. 

Si tratta di una casa indipendente di 160,00 mq. lordi a piano, sviluppata su tre piani con relative dipendenze - garage, cantina, ripostigli - con annesso giardino circostante, ampio spazio esternoterreno agricolo in parte adibito a uliveto per altri 5000 mq perfettamente organizzati.

L’immobile, a cui si accede con un comodo viale d’ingresso, è stato progettato per ricavarne due appartamenti autonomi e trasformarlo facilmente in villa bi-famigliare. 

Viale d'accesso



Stato dell'immobile
Immobile via Mezzano 30B Sora FR
Una delle due unità è completamente ristrutturata e abitabile da subito, la seconda è in corso di costruzione.
L’appartamento abitabile è costituito da: ingresso, corridoio, cucina con termocamino, ampio salone (40 mq circa), tre grandi camere da letto, servizi, balconi con portafinestra, riscaldamento autonomo e doppi infissi nuovi. 

L’arredamento a richiesta può essere lasciato all'acquirente. 

L’appartamento in corso di costruzione ha pianta simile ma si presta ad accogliere le diverse esigenze dei futuri proprietari. 

Al piano terra altre tre stanze, oltre al garage e cantina, possono essere adibite agli usi che si desidera. Al momento una è attrezzata a “cucina di campagna” con camino perfettamente funzionante, mentre le altre sono destinate perlopiù a ripostiglio. 

La casa richiede lavori per il completamento del secondo appartamento e le parti esterne (come la maggior parte degli immobili di zona), tuttavia l’ampio spazio esterno consente sia di affrontare i lavori con la tranquillità di poterli gestire in perfetta autonomia e  senza alcun incomodo per i vicini, sia di sfruttare le diverse opportunità di stoccaggio di grossi quantitativi di materiali ed avere accesso in tal modo a scontistiche che permettono di abbattere il costo complessivo dei lavori.

Giardino, uliveto e terreni agricoli recintati completano la proprietà.
Uliveto

Giardino

Servizi, luoghi di interesse, potenzialità
Immersa nel verde e nel silenzio, la posizione ne garantisce un ottimo equilibrio tra desiderio di tranquillità e accesso ai principali servizi: in 5/10 minuti si raggiungono negozi, ristoranti, pub, pizzerie, cinema, farmacie, servizi pubblici (ospedali, cliniche, ASL, …) e luoghi di svago: il lago di Posta Fibreno con la sua isola galleggiante naturale, la cascata di Isola del Liri, la Certosa di Trisulti, l’ Acropoli di Arpino, l’Abbazia di Casamari, l'Abbazia di Montecassino, il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. 

La possibilità di adibire a orto i terreni, di dedicarsi all'allevamento di animali da cortile, di sfruttare la produzione di alberi da frutto e l’uliveto per olio e conserve, consente di ripensare la proprietà in un’ottica di benessere e sostenibilità, sfruttando tutte le potenzialità che generosamente offre.

Prezzo
229.000€

Studio tecnico
Geom. Michele Di Prizito 339.3856798 michele.diprizito@libero.it

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Foto

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martedì 12 marzo 2019

Otto marzo 2019

Edoardo De Angelis - Auditorium Parco della Musica
Edoardo De Angelis - Foto di Vittorio Santi
C’è questo signore garbato, Edoardo De Angelis, sul palco della Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. 

Alle sue spalle un bellissimo pianoforte a coda, su un lato un dipinto del maestro Natino Chirico: Roma, città aperta.

È l’otto marzoSi parla e si canta di donne e per le donne.



Insieme a Edoardo si alternano sul palco Fabrizio EmigliFrancesco Anselmo, Alberto Laruccia, Davide MottolaCarlo Valente e David William Caruso (Vinile).

Ho avuto la ventura di conoscere Edoardo De Angelis in occasione di una serie di eventi al Maxxi la scorsa primavera e da quel momento cerco di seguire le briciole di pane che generosamente lascia per quelli che come me si avvicinano timidamente a questo mondo di tradizioni, riferimenti, esercizio, cultura (o controcultura:-))... È un mondo che parte da quei “vinili” ascoltati dieci, cento, mille volte da adolescenti imberbi in stanzette chiuse a chiave o forse da più lontano ancora: quelli bravi lo definiscono cantautorato

Io sono arrivata più tardi, quando le stanze degli adolescenti erano ormai tappezzate di poster dei Duran Duran e le canzoni si ascoltavano con il walkman, dunque per me Edoardo De Angelis e le sue briciole di pane sono soprattutto occasione per raccogliere piccoli frammenti, corpuscoli che si incastrano nei pertugi e sedimentano strati di consapevolezza.

C’è tuttavia un altro aspetto che mi colpisce e su cui penso valga la pena riflettere: il famigerato networking che sembra nato appena ieri con Internet e con cui di questi tempi si riempiono gli scaffali delle librerie. 

Edoardo De Angelis è un modello ante litteram di quello di cui si predica un po’ ovunque, in qualunque professione, in qualunque contesto: la necessità di fare rete e creare relazioni durature perché quello che ci insegna con l’esempio di tutta una vita questo signore che intona su un palco “Anna è un nome bellissimo” è proprio la generosità, l’intuito, la passione, l’orgoglio di saper riconoscere il talento e il coraggio di esserne mentore, senza chiedere in cambio nient’altro che parole, musica e colori.

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domenica 27 gennaio 2019

Il cinema a volo d’uccello

di Alessandro Borgogno

C’è un cinema che è nato, è stato pensato e realizzato per essere visto su un grande schermo, in una sala buia, fermi al proprio posto e senza distrazioni. 

È tutto il cinema nato e cresciuto prima del sonoro e poi proseguito fino all'avvento delle tecnologie che ne hanno permesso la visione anche con altri strumenti, in altri contesti e con altri ritmi (la televisione prima, poi le videocassette, i dvd, i blue-ray e ora qualunque supporto digitale online, in streaming, on demand, con visioni racchiuse in schermi sempre più piccoli, casalinghi, minimi e ridotti fino a quello di uno smartphone). 

Quel cinema non siamo più abituati a viverlo, perché quando andiamo a vedere un film appena uscito in una sala, si tratta di una pellicola ormai realizzata con le tecnologie di oggi e pensata sapendo che la sua fruizione si moltiplicherà su cento altri supporti. A nessuno più viene in mente di fare una inquadratura come le panoramiche di Sergio Leone con un personaggio piccolissimo in un punto laterale della scena, perché su uno schermo non abbastanza grande si rischierebbe di non vederlo neanche.

Alfred Hitchcocks - The Birds
Alfred Hitchcocks - The Birds
A questo cinema appartengono tutti i film di Sir Alfred Hitchcock, maestro indiscusso della settima arte, regista monumentale che non solo ha realizzato decine di capolavori, ma che del cinema moderno ha codificato, dettato e reso plasticamente evidenti le regole fondamentali, la grammatica e la sintassi, il senso stesso della visione e del suo significato.

Era quindi imperdibile l’occasione di vedere sul grande schermo, ridistribuito eccezionalmente a seguito del restauro audio e video delle copie originali (dal progetto “Il Cinema ritrovato” portato avanti dalla Cineteca di Bologna, visto a Roma al “Nuovo Sacher” di Nanni Moretti il 21 Gennaio 2019) il suo più colossale incubo visionario, raggiungimento delle più alte vette del suo cinema sia per il livello di suspense, sia per la spettacolarità delle scene, sia per la penetrazione psicologica dei personaggi.

Parliamo ovviamente de “Gli Uccelli”, pazzesca impresa creativa e produttiva datata 1963, vero testamento artistico di uno dei più audaci e consapevoli geni della storia della narrazione cinematografica.

Difficile parlare ancora di un film sul quale è già stato detto quasi tutto e del quale anche qui si è già parlato, ma la visione in sala, inchiodati alla sedia con lo schermo enorme di fronte e i suoni che circondano lo spettatore fino allo sfinimento, lo rende un film nuovo di zecca, come una prima visione, anche a chi lo conosce a memoria per averlo visto e perfino studiato decine di volte (ebbene sì, io sono uno di quelli).


Tippi Hedren - Gli Uccelli
Tippi Hedren
La prima menzione va obbligatoriamente a Tippi Hedren, e a come il maestro la riprende. Vista sullo schermo, enorme, la sua eleganza si moltiplica. Anche inquadrata da lontano non perdi mai un dettaglio delle sue movenze e delle sue espressioni. In una delle prime scene compone un numero di telefono usando una matita per girare il disco dell’apparecchio (telefono anni ’60, naturalmente) ed è di una sensualità quasi imbarazzante.

E poi l’audio originale (con sottotitoli, ma per chi conosce il film a memoria perfino inutili) ci fa finalmente ascoltare la sua voce. Limpida, intensa e armonica. E del resto tutti gli attori, per tutto il film, parlano un inglese pulito e comprensibilissimo. In barba alla verosimiglianza, anche l’ubriacone del bar si esprime in modo corretto e scandisce le parole perfino con una sua eleganza. Eppure nulla suona falso. Altri tempi, ma per nulla invecchiati.

La lingua originale ci permette inoltre di cogliere anche molte finezze che inevitabilmente nel doppiaggio si perdono, una delle più famose (ne discutono anche Hitch e Truffaut nella famosa intervista) riguarda gli uccellini in gabbia che attraversano tutta la storia, continuamente richiamati dai protagonisti col loro nome che in italiano sarebbe “Inseparabili” e tradotto (anche giustamente visto che il nome italiano avrebbe poco senso) semplicemente in “pappagallini”, ma che in inglese si chiamano molto più significativamente “Love birds”. E questo nome che diventa quasi un suono, “love birds”, risuona per tutto il film a fare da contrappunto anche sonoro sia utilizzato come doppio senso (a simboleggiare l’amore nascente o mancato fra i diversi personaggi) che come contrasto quasi sarcastico (tutti parlano continuamente di “uccelli d’amore” mentre tutto intorno altri uccelli scatenano tutto il loro odio). E tralasciamo anche le allusioni sessuali che sarebbero fin troppo facili.

Poi, già che si parla del suono, la colonna sonora. La visione al cinema amplifica e rende strabiliante una delle caratteristiche spesso dimenticate ma più clamorose del film: è totalmente privo di musica. Quasi portandoci a un realismo fuori dai canoni Hollywoodiani (non di oggi, ma di sempre) non c’è un solo momento del film che sia sottolineato da una qualsiasi melodia fuori campo. I suoni sono solo quelli delle scene che si susseguono, l’ambiente, le voci dei protagonisti, i rumori della cittadina e della natura, naturalmente le grida degli uccelli. Ma, come si sa, ciò non significa che il film non abbia una partitura, anzi ce l’ha proprio, dal primo all'ultimo secondo. Non a caso Bernard Hermann, storico compositore dei film del maestro, lavora anche qui come supervisore di altri due musicisti, Matthew Ross e Oskar Sala, perché tutta la colonna sonora e tutti i suoni sono progettati e applicati al film esattamente come le melodie di una sinfonia. Anche i silenzi (che infatti non sono mai semplice assenza di suono ma ronzii, deboli rumori, versi lontani) seguono uno spartito, hanno i loro momenti di adagio, di svelto, i loro crescendo, le loro pause. Un lavoro parallelo immenso e totalmente originale, che in sala si coglie in tutta la sua efficacia espressiva e narrativa.

The Birds storyboard
The Birds storyboard
Ancora, la maestria di Hitchcock (da ultimo grande maestro fra quelli nati col cinema muto, come amava ricordare Truffaut) si coglie appieno per tutta la prima parte del film laddove a fronte di pochi dialoghi molto densi ma anche spesso di circostanza, tutti i personaggi vengono presentati e analizzati nella loro più intima psicologia solo attraverso gli sguardi, i rapporti fra loro, i movimenti, il modo di inquadrarli, lo stato d’animo che la camera ci rivela costantemente, ancor più nei momenti in cui le loro parole dicono altro (un gioco in cui Sir Alfred aveva padronanza assoluta). Questo aspetto, forse ancor più delle grandi scene spettacolari, è uno di quelli che più ci guadagna nella visione al cinema. Uno sguardo obliquo, un lieve cambio di espressione che dura magari pochi fotogrammi, nella visione domestica e televisiva sono spesso destinati a perdersi (una distrazione, una telefonata, un oggetto della nostra stanza, un rumore fuori dalla finestra, lo spettatore che si alza un attimo per andare in bagno o per prendere qualcosa in frigo). Nella sala buia, inchiodati alla poltroncina, c’è solo il grande schermo. Nessun dettaglio si perde, e spesso sono dettagli sublimi.

Per gli stessi motivi anche momenti molto famosi e dei quali (quantomeno gli “esperti” o i fissati) conoscono ogni fotogramma, si rivelano amplificati e finalmente in tutta la loro genialità ed efficacia. Giusto per citarne uno, la scena in cui la madre di Mitch (una superba Jessica Tandy) arriva col pick-up alla fattoria di un suo vicino. Entra, vede le tazze rotte in cucina (associazione visiva diretta e folgorante con poche scene prima quando Hitch ci aveva mostrato, sempre mentre i dialoghi dicevano altro, il suo progressivo crollo psicologico nel raccogliere proprio i cocci delle tazzine nel salotto dopo l’invasione di uno stormo di passeri), scopre il proprietario ucciso in modo orribile dagli uccelli, fugge di corsa (tentando di urlare ma senza che le esca alcun suono dalla bocca, altra soluzione geniale e raggelante) risale sul furgoncino e corre via. 

Si sa, perché lo stesso Hitch lo racconta, che per questa scena fece bagnare la strada per l’arrivo del furgoncino in modo che arrivasse senza sollevare polvere. Questo gli ha permesso di riprendere la scena della fuga con la stessa inquadratura (da lontano) ma facendo sì che invece al momento di lasciare la fattoria il pick-up sollevasse grandi turbini polverosi dietro di sé. Con un transfert semplice, diretto e non equivocabile, anziché farci vedere un personaggio che arriva tranquillo e poi fugge in preda al panico, ci fa vedere un camioncino che arriva tranquillo e poi fugge agitato. Conoscevo questa scena a memoria (potrei disegnarla), ma vista sul grande schermo è davvero magnifica.

Nulla, ma proprio nulla, in più di due ore di film, è lasciato al caso, e ogni riferimento concettuale, visivo e anche simbolico nella visione in sala (che, non ci stanchiamo mai di ripeterlo, riporta il film nelle condizioni per cui era stato concepito e realizzato) risalta in modo inequivocabile: il tema dell’abbandono (Melanie abbandonata da piccola dalla madre, la madre di Mitch che ha il terrore di essere abbandonata dal figlio, la maestra a sua volta abbandonata da Mitch ma che non riesce a starne lontano); il percorso cristologico della protagonista da ricca sofisticata e viziata (“torna nella tua gabbia dorata, Melanie Daniels!” dice Mitch nella prima scena) al totale ribaltamento della sua condizione (lei finisce davvero in gabbia, nella cabina telefonica, circondata da uccelli che la attaccano) fino al martirio della scena finale; il celeberrimo tema della Visione (gli uccelli cavano gli occhi alle vittime, ogni scena si chiude con un personaggio che guarda “fuori”) del quale si coglie un dettaglio ancora più sottile grazie alla lingua originale, giacché i protagonisti dicono continuamente, e allusivamente, “capisco…”, che però in inglese è “I see”, e in questo modo con uno dei tanti doppi sensi che amava tanto il maestro londinese non fanno che ripetere “Io vedo”; l’incomunicabilità (i personaggi fra loro faticano a comprendersi per gran parte del film trovando forse i primi punti di contatto proprio al progredire dell’apocalisse, e in una delle tante scene madri gli avventori del ristorante non riescono ad avvisare l’uomo nel parcheggio del pericolo che sta correndo accendendosi un sigaro mentre scorre benzina sul piazzale); la frantumazione (dei rapporti, dell’equilibrio psicofisico delle persone, dei vetri, delle tazzine, perfino dei titoli di testa che si spezzettano al passaggio degli uccelli); e così via, si potrebbe proseguire per ore, ma tanto per non tralasciare uno dei temi di schiacciante attualità del film, il terribile momento in cui il terrore che attanaglia gli abitanti fuoriesce alla ricerca di un nemico e alfine identificandolo facilmente nello “straniero”, quando al ristorante la signora con i figlioletti terrorizzati esplode in una scena isterica accusando Melanie di tutto il male che li sta colpendo: “è colpa tua! È iniziato tutto da quando sei venuta tu! Tu non sei una di noi! Tu sei il male!”. E non c’è bisogno di dire altro.

Potter School - Bodega
Potter School - Bodega
Impossibile tuttavia non citare la scena della scuola, non fosse altro perché ne abbiamo anche già parlato più volte visto il “pellegrinaggio” sui luoghi del film.

Scena suntuosa che al cinema esplode in tutta la sua furia sinfonica: Overture, con Melanie che arriva alla scuola e poi si siede ad aspettare fuori vicino ai giochi dei bimbi; Adagio, con i primi piani di Melanie che fuma (alla faccia dell’attuale politically correct, come si potrebbe immaginare questa scena senza la sigaretta di Tippi?), la cantilena dei bambini che arriva attutita dalla classe, i corvi che iniziano a radunarsi dietro di lei; Crescendo, con la suspense tipica del maestro che si esprime con la progressione irregolare di un corvo, tre corvi, cinque corvi, dieci corvi e poi… ; Colpo di piatti (citazione per citazione) improvvisamente cento corvi!; Sospensione (suspense); Melanie entra a scuola, avvisa la maestra, la classe si prepara a uscire per scappare, i corvi sono fermi in silenzio; Presto, si sentono i passi dei bambini che iniziano a correre, i corvi si alzano improvvisamente tutti insieme e quel punto la sinfonia esplode con tutti gli strumenti in campo: la corsa dei bambini, l’attacco dei corvi, le urla, le grida degli uccelli, la violenza, il dettaglio degli occhiali rotti di una bimba sull'asfalto (dettaglio Ėjzenštejniano, e nuovo richiamo al tema della “visione”). 

Un incubo orchestrato alla perfezione. 

Non si finirebbe più ma almeno un’altra scena merita una menzione speciale, perché vissuta (non vista, vissuta) in sala raggiunge dei livelli quasi insostenibili. 

L’ultimo attacco alla casa, mentre i protagonisti sono tutti dentro (di nuovo in gabbia) barricati per resistere. L’attacco è totalmente sonoro, decisamente ispirato agli attacchi aerei della seconda guerra mondiale, ma la messa in scena e i suoni al cinema sono un attacco deliberato e prolungato ai sensi (e ai nervi) dello spettatore. Ma non bastasse questo, la camera inquadra le vittime con una precisione entomologica mentre si muovono alla ricerca di un riparo da una minaccia che non si vede. Per fare questo Hitch li riprende sempre con molto spazio davanti a loro (e sullo schermo lo spazio vuoto diventa enorme), per non farci mai dimenticare che stanno cercando di nascondersi da qualcosa che non c’è, e in questo modo ci mostra come non abbiano alcuna possibilità di mettersi in salvo. Non ci si nasconde da un suono, in qualunque angolo si tenti di accucciarsi. I loro movimenti sono senza senso, e il regista ce lo mostra senza alcuna pietà. Quella scena, inchiodati sulle poltrone del cinema (eguagliata in identificazione e disagio dello spettatore solo dalla scena madre de “la finestra sul cortile”) raggiunge livelli di partecipazione allucinanti. Si trema anche se la si conosce a memoria, salgono i brividi anche se sai già come andrà a finire, vorresti scappare ma non puoi, esattamente come loro.


La baia di Bodega Bay
La baia di Bodega Bay
Ultima nota doverosa per lo straordinario direttore della fotografia, Robert Burks
Fedele complice dei deliri visivi del genio londinese, lo ha seguito e assecondato con la sua maestria fin dal 1951 (con “L’altro uomo – Strangers on a train”) firmando un elenco di titoli che fa impressione: “Il delitto perfetto” (1954), “La finestra sul cortile” (1954), “L’uomo che sapeva troppo” (1956), “Il ladro” (1956), “La donna che visse due volte” (1958), “Intrigo internazionale” (1959), “Gli uccelli” (1963), “Marnie” (1964).  Per quei film, e per le esigenze di un regista come Hitchcock che ad ogni girato inventava cose nuove, occorreva continuamente trovare delle soluzioni per illuminare scene in teatro di posa che poi venivano montate con sfondi o altri trucchi per diventare scene all'aperto.

Virtuoso di posizionamento e diffusione delle luci, ricreare in modo artificiale la luce naturale del giorno era uno dei suoi “passatempi” preferiti. Se si guarda con occhio attento molte di quelle scene, ci si accorge (e non sempre) di quante siano le situazioni in cui si passa da una luce artificiale ad una naturale senza che quasi se ne abbia percezione o in quanti casi nella stessa immagine siano combinate insieme parti di diverse inquadrature riprese in condizioni completamente differenti (solo “Intrigo internazionale” è un luna park di piccoli trucchi ed effetti che per la gran parte sfuggono all'occhio proprio grazie alla capacità di Burks di uniformare la luce). 

Ma naturalmente è qui, nella follia de “Gli uccelli”, che raggiunge la sua vetta, e la visione in technicolor sullo schermo ce ne dà tutta la grandezza. “Gli uccelli” è un film pazzesco realizzato in un momento storico in cui era sostanzialmente impossibile realizzarlo. Un’impresa sbalorditiva sotto tutti i punti di vista (espressivo, tecnico, narrativo) che solo un regista come Hitchcock poteva intraprendere e solo un autore fotografico di pari genio e competenza poteva seguire assecondandolo e trovando ogni volta le soluzioni più adatte. Ogni trucco, ogni trovata fotografica e cinematografica utilizzata per quel film è stata inventata in quella occasione, per la prima volta (perfino l’utilizzo di cartoni animati sovrapposti a riprese reali, grazie alla consulenza di un altro grande, Ub Iwerks, genio dell’animazione proveniente direttamente dagli studi Disney). Elencarle tutte sarebbe impossibile, anche se non si può non citare la ripresa dall’alto di Bodega Bay mentre divampa l’incendio con i gabbiani che compaiono riempiendo piano piano lo schermo. È più di una ripresa “a volo d’uccello”. È, per la prima volta, “il punto di vista degli uccelli”.

La scena finale
La scena finale
E naturalmente a chiudere una “visione” così totalizzante da riempire la sala, esplode in tutta la sua magnificenza l’ultima inquadratura del film (un quadro che da solo potrebbe essere analizzato per la luce e per la composizione spendendoci settimane di discussione, e la cui importanza è già abbastanza evidenziata dalla scelta di Hitch di non far comparire neanche la scritta “The End” al termine del film, altra novità assoluta per l’epoca): un quadro vivente composto montando insieme decine di inquadrature diverseMai come sul grande schermo risulta evidente la celebre definizione dei critici Bruzzone e Caprara: “La magnifica atmosfera impressionista della scena finale cos'altro è se non l’incubo del Giudizio Universale tradotto in luce?

Lo so, siamo di parte ed esageriamo, volontariamente e coscientemente, perché siamo convinti che sia giusto farlo: la visione de “Gli Uccelli” di Alfred Hitchcock al cinema, sul grande schermo nella sala buia, è qualcosa di più della semplice visione di un grande film. È un’esperienza fuori dal comune.

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sabato 1 settembre 2018

Date a Darwin quel che è di Darwin

di Alessandro Borgogno

Ogni tanto capita che qualcuno, da un qualunque punto parziale del panorama umano, che sia politico, sociale, economico, trascendente o condominiale, si senta in diritto di tirare dentro il povero Charles Darwin per giustificare la propria esigenza di purezza, di rigore, perfino di integrità razziale. 

Qualche tempo fa è stato un deputato qualunque di un partito o movimento altrettanto qualunque che per giustificare la sua evidente fame di epurazione dei dissidenti interni non ha trovato di meglio che buttare lì una cosa tipo: "È un po' la legge di Darwin, sopravvivono i più forti, non i deboli".

La legge di Darwin… ci mancava solo che si arrivasse ad attribuirgli perfino la formulazione di una legge. Neanche fosse un qualunque sottosegretario. E non manca in tempi recenti di sentir nominare a sproposito concetti del genere anche per quanto riguarda la presunta “lotta per la sopravvivenza” fra poveri cristi, come se nella misera competizione fra miseri individui c’entrasse qualcosa il povero genio inglese e men che mai i concetti da lui formulati sull'evoluzione e sul cambiamento delle specie animali.

Ci sono diverse considerazioni da fare su questa apparentemente (ma solo apparentemente), piccola inesattezza.

Prima di tutto essa si basa, assai superficialmente, sul concetto di darwinismo sociale, una di quelle idee che come tante altre poco felici, ha la discutibile forza di restare viva anche dopo essere stata sepolta da decenni. Un po’ come i protocolli dei savi di Sion. Tutti sanno che sono falsi ma tutti continuano a citarli come fossero veri.

Il concetto di darwinismo sociale: una truffa

Il darwinismo sociale è un'invenzione tutta umana che Darwin non si è mai sognato di pensare, ed è stato inventato da chi voleva giustificare autoritarismi, inutilità dello stato sociale, capitalismi, sopraffazioni. Tutta roba che con la Natura e con l'evoluzionismo darwiniano non ha niente a che fare.

Darwin studiava e osservava e parlava di Natura, di ere geologiche, di milioni di anni, di vita sulla terra, non di beghe da condominio né di litigi da terza media, ma neanche di presunti funzionamenti della sopravvivenza degli individui all'interno della società umana.
Questa idea del darwinismo sociale, oltre a non essere mai stata formulata da Darwin, è superata ormai in tutti i campi dello scibile umano, ma c’è sempre qualcuno innamorato di questa idea un po’ fascista della sopraffazione del più forte sul più debole che è sempre pronto a tirarla fuori. 

Anzitutto darwinismo sociale è una truffa già dal nome. Come detto Darwin non c'entra nulla.

Si dovrebbe chiamare spencerismo sociale, perché se la inventò Herbert Spencer, un filosofo inglese che su alcune tematiche probabilmente si dimostrò un tantino sbrigativo. Il termine darwinismo sociale venne adottato dai suoi detrattori, in particolare dal giornalista anarchico francese Émile Gautier, perché faceva assai più effetto. Oggi si direbbe che era una semplificazione giornalistica. E come tale rimase.

In ogni caso, ciò che accadde è che nella sostanza il buon Herbert limitò, abbastanza strumentalmente, il darwinismo alla lotta per la sopravvivenza e adottò il concetto di “Lotta per la vita e la morte” come unico motore della vita sulla terra, tanto in natura che all'interno delle società umane. Lo limitò tanto strumentalmente che in realtà l'idea venne formulata da Spencer prima ancora che Darwin esponesse la sua teoria (e anzi è addirittura Darwin che cita Spencer nella sua opera, segnalando appunto la sua definizione di “sopravvivenza del più adatto”. Darwin, come tutti sanno, aveva invece coniato il termine di “selezione naturale”, con una accezione assai più ampia e complessa). Attraverso la sua idea di selezione naturale, infatti, Darwin affermò al contrario che l’evoluzione poteva esprimersi in molti modi e anche molto diversi fra loro.
Affermò anche che la competizione fra specie diverse e all'interno della stessa specie può anche essere incruenta.E infine, che la competizione non è affatto il solo meccanismo dell'evoluzione biologica. La moderna biologia, come sempre dandogli ragione anche dopo molti anni, ritiene infatti ormai che la competizione cruenta tra organismi sia minoritaria nei processi evolutivi e riguardi solo una percentuale di questi, molto spesso non decisiva.

Sui contenuti si potrebbe dibattere all'infinito ma la sostanza è che applicare i meccanismi di selezione a strutture organizzate socialmente è, a voler essere buoni, una inaccettabile forzatura. E non si tratta di considerare gli uomini come diversi dagli altri animali, perché anche gli animali, a dispetto di qualunque semplificazione faziosa, se hanno un qualche tipo di organizzazione sociale tendono ad aiutare e a soccorrere gli individui più deboli, e non a lasciarli indietro. Si da il caso che l'organizzazione sociale, evoluzionisticamente parlando, sia nata proprio per questo: per aumentare le possibilità di sopravvivenza di tutto il gruppo, non solo dei più forti. E ancor di più l’organizzazione sociale evoluta tende a valorizzare le caratteristiche peculiari di ciascuno a favore della comunità, non ad eliminarlo perché diverso o apparentemente inadatto rispetto ad altri. L’essere o non essere adatti, del resto, è totale funzione dell’ambiente in cui ci si trova, e non ha nulla a che fare con pretese qualità “assolute” di alcuni.

La formica e l'elefante

Tanto per non restare solo nel teorico, sarà utile citare le nostre care amiche formiche, che così tanto ci affascinano proprio perché capaci di una organizzazione sociale così simile alla nostra. Costruiscono case e città, modificano l’ambiente, si specializzano in mestieri diversi.
Nei formicai ci sono un sacco di individui apparentemente disabili.
Ci sono dei tipi di formiche che sviluppano un addome enorme per fare da contenitore di riserva del cibo utile a tutto il formicaio. Una specie di giare viventi. Ebbene, questa caratteristica le rende inadatte a qualsiasi attività. Non riescono a muoversi, non procurano cibo e non scavano gallerie e non difendono le larve. Ma sono utili alla comunità e vengono difese e accudite dalle altre. In diverse specie di formiche gli addetti alla difesa del formicaio, le formiche soldato, per essere delle combattenti efficienti hanno sviluppato delle mandibole talmente sproporzionate che non sono più in grado di cibarsi da sole. E le altre formiche le imboccano. La regina di molte termiti è specializzata e indispensabile, come quella delle formiche, nella funzione di unica produttrice di uova di tutta la comunità, ma l’enorme incubatrice rappresentata dal suo addome la rende totalmente incapace a fare altro.

Questi individui (ma gli esempi potrebbero essere centinaia) al di fuori della comunità non potrebbero mai sopravvivere.

E si potrebbe continuare con altri tipi di animali. Anche all'altro estremo della scala evolutiva (e delle dimensioni). 

Gli elefanti non lasciano indietro gli individui vecchi e malati. I vecchi sono il punto di riferimento del branco. Sono meno veloci ma il branco si affida alla loro esperienza. Chi si perde viene spesso cercato e ritrovato. Addirittura chi muore viene ricoperto con foglie e rami, quasi una sepoltura.

Purtroppo le cattive idee sedimentano assai meglio di quelle buone. In genere perché sono più semplici e comportano meno sforzo mentale per appropriarsene. È per questo, crediamo, che il concetto di darwinismo sociale abbia ancora tanto seguito: perché è sbrigativo e fa sempre comodo a chi ha tendenze autoritarie, quando non espressamente razziste. Ma non è soltanto un falso storico e una teoria (non di Darwin) palesemente sbagliata. È un' idea del mondo e della società che addirittura trova proprio nell’evoluzionismo darwiniano le sue più decise smentite.

Tra evoluzione e progresso

L’evoluzionismo darwiniano ha decine e decine di aspetti che lo contrappongono diametralmente a questo genere di idee. Perfino la colpevolissima confusione che si fa troppo spesso fra “evoluzione” e “progresso”, è appunto una colpevole confusione. Non solo non sono necessariamente sinonimi, ma a volte sono addirittura antitetici.
Per amore di verità, anche se indegni ad approfondire qui un argomento tanto importante e complesso, cerchiamo di vedere almeno tre di questi aspetti principali.

1. L’evoluzione darwiniana non è mai influenzata da ciò che un individuo fa nel corso della sua vita, se non per il semplice atto di riprodursi. Questa era, semmai, la famosa idea iniziale di Lamarck (la giraffa allunga il collo per mangiare più in alto e poi i suoi figli nascono con il collo più lungo), da cui non a caso deriva anche un cosiddetto “lamarckismo sociale” secondo il quale i figli di un operaio sarebbero maggiormente predisposti a fare gli operai. Darwin capì (e dimostrò) che non è così. Il figlio di un campione di tennis non nasce già con il muscolo del braccio destro più sviluppato. Il cambiamento generato dalla mutazione genetica è preventivo, e successivamente viene sottoposto alla prova ambientale. Quindi se anche un individuo sviluppa una particolare capacità durante la sua vita questa non verrà automaticamente trasmessa alla prole. Quindi non c’è nulla in natura che dica che un figlio di un operaio debba necessariamente fare l’operaio, né che un figlio di un proprietario di televisione debba per forza diventare anche lui un manager delle telecomunicazioni. Nella sostanza, nella sua sostanza più progressista ed egualitaria, l’evoluzione darwiniana ad ogni generazione ridà a tutti gli individui la stessa probabilità di essere portatori di un cambiamento.

2. Se proprio vogliamo riportare i meccanismi darwiniani anche nel nostro contesto sociale, allora diciamo pure che l’evoluzione darwiniana ha già spazzato via da due secoli il concetto di merito e di qualità assolute (la famosa “meritocrazia”…): una qualsiasi qualità si può rivelare utile alla sopravvivenza in un determinato ambiente ed essere totalmente inadatta in un altro. Si parla di caratteri, e non ne esistono di buoni o di cattivi, sono tutti utili o dannosi a seconda dell’habitat in cui si troveranno ad esprimersi.

3. L’evoluzione darwiniana non comporta necessariamente “progresso” né “aumento della complessità”. In determinate condizioni, anzi spessissimo, l’evoluzione invece comporta la perdita di determinate caratteristiche anziché la loro acquisizione, e anche la semplificazione degli organismi. Si può tranquillamente tornare indietro, perdere delle “qualità” se non servono più a nulla, abbandonare il superfluo. Ci si può evolvere senza progredire, anche restando fermi se è la soluzione migliore. In natura non esiste la “crescita” a tutti i costi. Se non serve a niente, o se addirittura dannoso, non si cresce. Ci si evolve semplificando le soluzioni.

Insomma, com'è ovvio a chi scrive non piace che Charles venga tirato in ballo a sproposito, meno che mai da chi non sa neanche lontanamente di cosa sta parlando. Sai Charles, in fondo le persone che si aggrappano alla tua grandezza per il loro miserabile arrivismo sono piccole e ignoranti e anche presuntuose. Non sanno, e forse non sapranno mai, che credere nell'evoluzionismo significa anzitutto essere molti umili, ammettere tutti i nostri limiti e i nostri difetti, e ritrovare il senso delle cose importantiVorremmo quasi dirti di perdonarli, ma forse non lo meritano.

Paris - Muséum national d'Histoire naturelle - Grande Galerie de l'Évolution
Paris - Muséum national d'Histoire naturelle - Grande Galerie de l'Évolution 


Approfondimenti
Di Charles abbiamo parlato anche qui


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