giovedì 7 luglio 2016

L’Accademia, la cultura digitale e il giardino dipinto

Accademia di Francia a Roma - Villa Medici
Accademia di Francia a Roma - Villa Medici
Varco con un senso di straniamento crescente l’enorme portone dell’Accademia di Francia, salgo la monumentale scalinata in pietra fino alla terrazza e tento inutilmente di scattare una foto per Twitter, ma prima di essere soddisfatta dell’inquadratura ha inizio la conferenza. 


Hervé Brunon e Denis Ribouillant, curatori della pubblicazione, presentano “De la peinture au jardin”, un testo che raccoglie una serie di studi che trattano le complesse procedure di traslazione del passaggio dalla pittura al giardino, dal Rinascimento a oggi.


Monet - Maison et Jardin, Giverny
Monet - Maison et Jardin, Giverny
Il tema è di grande interesse per chi scrive, particolarmente dopo aver visitato il giardino di Monet a Giverny nel 2013 e l’intima necessità di saperne di più è fuor di dubbio. Da dove arriva allora questa sensazione?

L’apprendimento, dice Annamaria Testa,  è un processo complicato, fatto di percezioni, ragione, emozioni, memoria, strategie, esperienza, ambiente, autostima

L’esperienza dell’apprendimento, nel caso in specie, è fondata su una libera scelta, motivata e stimolata da percezioni positive e memoria (di pittori, di giardini, di luoghi in cui si incontrano), animata dalla ricerca di senso. Eppure…

Per le successive due ore o poco meno siamo chiamati ad apprendere spogliandoci delle sovrastrutture di rete (intesa nel senso di www), dei paradigmi digitali secondo cui tutti sono sempre collegati, si esprimono in tempo reale, condividono la propria conoscenza; dei processi di apprendimento mediati da Smartphone e Wi-Fi free, per riappropriarci di un modello della fruizione che potremmo definire accademico nella modalità, nei tempi, nei contenuti

La signora elegante seduta accanto a me a metà del secondo intervento scivola dolcemente nel sonno, complice la penombra della sala. L’Accademia, sembra suggerire il suo viso disteso, basta a se stessa: l’esclusività della pubblicazione, l’attività accurata di ricerca, la reputazione e il curriculum dei partecipanti, la levatura dei quattro autori e dei due direttori per un testo pubblicato in quattro lingue – nel senso che ogni contributo è nella lingua dell’autore – sottintende che non è un prodotto di massa, ancor più se la massa di cui parliamo e a cui sento di appartenere è quella che si nutre di cultura digitale

Ecco dunque risolto il mistero.

Continuo a prendere appunti, aggiungo una nota sulla funzione semiotica fondamentale della panchina delle madri, riordino le idee su pittori-giardinieri, poeti e letterati, sulle relazioni estetiche favorite dalla mediazione con la scenografia, la poesia o la fotografia, sull'utilità dei giardini dipinti per il loro restauro, sul filone antropologico del paesaggio, sulla critica del giudizio di Kant, sulla democratizzazione e le lavandaie.

L’interazione tra le arti e i giardini e lo scambio vicendevole tra il reale e la sua rappresentazione è legato al libero gioco dell’immaginazione ha detto infine qualcuno, non ricordo più chi. E sarei propensa ad accogliere questa tesi, non so a questo punto se influenzata dall'apparizione di Madame Mayette-Holtz arrivata per un veloce saluto e scomparsa in un incanto di mussola svolazzante, probabilmente per un vernissage. :-)


Monet, Giardini, Giverny
Monet - Maison et Jardin, Giverny

Monet - Maison et Jardin, Giverny
Monet - Maison et Jardin, Giverny

Monet - Maison et Jardin, Giverny
Monet - Maison et Jardin, Giverny

Monet - Maison et Jardin, Giverny
Monet - Maison et Jardin, Giverny

Monet - Maison et Jardin, Giverny
Monet - Maison et Jardin, Giverny



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mercoledì 22 giugno 2016

Giovanna corre

Le ribellioni individuali, posto che esistano, sono destinate al fallimento.
 (Guida alla Roma ribelle, Voland 2013)

Fatico un po’ a trovare una posizione e continuo a spostarmi nel poco spazio non occupato del muretto che circonda uno degli alberi di Piazzale Ponte Milvio, che svetta proprio di fronte al Bar-Libreria Pallotta. Evito per un pelo di finire su una macchia di liquido scuro non ben identificato. 
Libri&Bar Pallotta - Piazzale Ponte Milvio 21/24,RomaSaranno più o meno le dieci di sera, la libreria è aperta per Letti di notte, sul palco improvvisato nella piazzetta, con gli ospiti seduti su un vero letto, il cantore della serata presenta faticosamente una guida, tra le incursioni del Bus Challenge e gli intermezzi musicali di librai con il tamburo. Mi raggiungono, nonostante il rumore delle chiacchiere e della città, le parole ex snia e la mia attenzione ne è immediatamente catturata. Mi sposto più avanti per sentire meglio. 

Si parla della Guida alla Roma ribelle, un volume che racconta la vocazione sovversiva e libera di Roma attraverso luoghi sparsi un po’ ovunque nella città.

Questa parola, ribelle, mi appartiene come poche altre. "Fossi nata nel Medioevo ti avrebbero bruciata subito", ebbe a dire una volta mia madre:-). 

Nel tempo ho smesso di accapigliarmi con chiunque anche per futili motivi ma continuo a parteggiare per quelli che hanno vocazione alla rivolta, come Roma. La Roma ribelle. La Roma della memoria che parte da Menenio Agrippa e dalla Basilica di Massenzio, passa per Giordano Bruno, il cimitero acattolico, la Repubblica Romana, i quartieri popolari dove nacque e crebbe la resistenza, e arriva nelle piazze dei punk e degli artisti, nei punti di ritrovo dei movimenti studenteschi, nelle occupazioni delle case e nei luoghi di culturaLa Roma di chi vuole andare oltre la cortina fumogena dei luoghi comuni sedimentati nel tempo.

A questa città mai sconfitta e ai luoghi della sua ribellione dedico il racconto di Giovanna, donna anticonformista, ribelle e straordinaria, uno di quei racconti che riecheggiano lievi nelle piazze alberate in queste lunghe sere d’estate.
Libri&Bar Pallotta - Piazzale Ponte Milvio 21/24,Roma
Libri&Bar Pallotta - Piazzale Ponte Milvio 21/24,Roma

Giovanna corre
di Alessandro Borgogno

Giovanna cammina sul marciapiede.

Ha appena preso il pane in uno dei posti dove ogni tanto si trova, se si è pronti e si sa dove andare. Cammina a passo spedito lungo via Labicana, che scende larga e luminosa verso il Colosseo.

È una ragazzina di 16 anni, ma in quegli anni a Roma non si può essere ragazzini, perciò in realtà è già quasi donna. Ha ancora l’incoscienza naturale della sua età, ma ormai da tempo anche la coscienza del pericolo, della paura, del sacrificio.

La giornata è chiara e limpida, l’aria tiepida. Pochissimi rumori. Automobili, già rare, nessuna.

Ma che ci sia qualcosa nell’aria si sente da giorni, del resto è tanto che ormai a Roma ogni giorno accade qualcosa.

Non ha guardato il calendario prima di uscire, forse neanche lo aveva. Sa solo che ormai è giugno; e a Roma, a giugno, l’estate è già iniziata.

È il 4 Giugno del 1944.

Il Colosseo, le arcate aperte sul cielo, appare stanco. Soffre con la sua città e la sua gente da mesi in ostaggio dell’occupante, minacciata, torturata, inseguita, uccisa, affamata. Eppure, lì in fondo alla strada, si mostra sempre bellissimo. Per Giovanna e per tutti i romani, un motivo in più fra i tanti per voler continuare a vivere.

Il rumore dei motori è quasi improvviso. E’ ancora lontano ma nel silenzio rimbomba netto e minaccioso. Non sono aerei. Sono automezzi, camionette, camion.

Stanno arrivando da San Giovanni. Potrebbe essere un normale convoglio come ne passano tanti eppure c’è qualcosa di diverso. Come andassero più veloci, e non ordinati come al solito. E poi c’è un altro rumore insieme a quello dei motori, più intermittente e più sinistro.

Quando capisce che qualcosa che non va hanno già imboccato lo stradone. Li vede da lontano e distingue benissimo tutto, ha una giovane vista da lince. Jeep tedesche, inconfondibili. Ma diversamente dal solito, sembra stiano scappando inseguiti da qualcuno.

Ormai sono abbastanza vicini da distinguerne divise e facce. Il rumore che si sentiva erano raffiche di mitra. Staranno pure scappando, ma sventagliano con i mitra a destra a sinistra, verso i marciapiedi, incattiviti e feroci.

Capisce in un attimo che si trova proprio sulla loro strada, e che una di quelle raffiche è destinata a falciarla lì, sul marciapiede, proprio il giorno in cui Roma si prepara alla sua prima estate da città libera.

Rat-ta-ta-ta-ta-ta-ta.

La strada è lunga, dritta, e non ha traverse a portata di gambe. E allora fa la cosa che gli riesce meglio, che gli è sempre riuscita meglio.

Giovanna corre.



Tratto da: Un'estate a Roma, Giulio Perrone Editore


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mercoledì 8 giugno 2016

Il lago di Roma

Ufficialmente si chiama "Sandro Pertini" ma per gli abitanti del quartiere Pigneto-Prenestino, è il lago ex-Snia. Snia sta per Snia Viscosa la fabbrica che popolò quest'area della capitale negli Anni '20 in poi: oltre 2 mila operai, più del 50% donne, provenienti chi da altre regioni, chi dai borghi del centro. Poi nel 1954 la fabbrica venne chiusa (Ansa Magazine)

Hanno strane storie le ex fabbriche di Roma. 

Questa è proprio dietro casa. Dietro casa nell'accezione di chi a Roma vi abita, ovvero raggiungibile in un tempo inferiore alla mezz'ora, in un luogo dove per andare “ovunque” ci vuole minimo un’ora, escludendo la ricerca del parcheggio. 

Lo stabilimento Snia viscosa prima della crisi del ‘29 conta più di 2.300 addetti. 

Nel giro di un paio d’anni ne perde un migliaio e solo gli aiuti statali la salvano dal fallimento legando inesorabilmente la sua storia a quella del Regime fascista e della politica di guerra (produce, tra le altre cose, uniformi militari). Nel 1949 impiega ancora 1.600 operai, ridotti a 120 nel giro di pochi anni fino alla chiusura definitiva, avvenuta nel 1954.

Nel 1982 il complesso dell’ex fabbrica passa alla Società Immobiliare Snia S.r.l. che negli anni ’90 vende l’intera proprietà alla società Pinciana 188 S.r.l. (poi assorbita dalla Ponente 1978 S.r.l., proprietà di un noto palazzinaro romano) per farne un Centro commerciale. 

Nel 1992, poco dopo l’inizio dei lavori, uno sbancamento nel cantiere di circa 10 metri intercetta una falda acquifera e si forma un lago. Nel tentativo di liberarsi dell'acqua il costruttore la indirizza verso il collettore fognario, che però non ce la fa, allagando largo Preneste.

Infinite volte passo lungo questa arteria cittadina, in uno dei quartieri multietnici a più alta densità urbana di Roma, un amalgama di razze e di strade che si incrociano: via Prenestina, via di Portonaccio, via dell’Acqua Bullicante, il traffico è sempre congestionato, il transito del tram è continuo, un chioschetto sforna pane ciociaro cotto a legna... 

Allagare Largo Preneste. Che bella idea.

Da questo momento in poi l’intera faccenda si ingarbuglia parecchio, ma il lago dietro il muro di mattoni di Via di Portonaccio resiste, e da più di vent'anni centri sociali, comitato di quartiere, cittadini, WWF, Forum Territoriale Permanente del Parco delle Energie lottano per preservarlo dall'incuria e dalla corruzione.  

Lottano contro la mancanza di fondi per l’allestimento e la riqualificazione degli spazi verdi, lottano contro il ritorno delle gru e dei cingolati, contro il pericolo di “torri” di cemento, contro la burocrazia e il malaffare, lottano affinché si arrivi a una vera tutela con la trasformazione in monumento naturale e la demolizione degli abusi edilizi mai bonificati.

Nell'agosto 2014 una parte del lago (circa la metà) è stata annessa al Parco delle Energie ma i fondi stanziati per la sistemazione dell’area (500.000€) non sono mai stati resti disponibili e oggi è autogestito da tutti coloro che vogliono partecipare costruendo arredi, pannelli, pulendo l’area, mettendo a disposizione le proprie competenze e autofinanziato con la cassa di resistenza del 25 aprile.

Dall'ingresso del Parco delle Energie di via Prenestina il lago non si raggiunge. 

Superato il cancello parte un viale costeggiato sulla sinistra di edifici in disuso, a cui vegetazione e street art restituiscono un fascino vagamente nostalgico.  Più avanti un campo da Basket. Mentre osservo i ragazzi più grandi allenare i piccoli, una ragazza si stacca dal gruppo. Bellissima, tratti orientali, lunghi capelli neri, calze che terminano sul ginocchio con la forma di una testa di gatto, incedere annoiato. Sembra un manga, un’apparizione evocata da uno dei mondi colorati presenti in ogni angolo di questo strano parco. 


Lago Ex Snia, Roma - Street art

Lago Ex Snia, Roma - Street art
Lago Ex Snia, Roma - Parco delle Energie

Lago Ex Snia, Roma - Parco delle Energie

Lago Ex Snia, Roma - Parco delle Energie

S’intravede il tentativo di dare forma agli spazi verdi ma gli alberi piantati stentano a crescere, le panchine di legno sono quasi tutte rotte, i cespugli di lantana delle aiuole sono soffocate dalle erbacce, si direbbe la rivincita del jardin sauvage o del Terzo Paesaggio. Solo i giochi dei bambini risuonano delle loro grida divertite. Mi chiedo se i loro sguardi, crescendo, sentiranno di più la necessità di bellezza o se questo luogo li renderà ciechi all'abbandono e al degrado.

Un buco nella recinzione permette l’ingresso abusivo in un sottobosco di allori dove un sentiero cosparso di preservativi e fazzoletti di carta conduce a un affaccio. 
Lago Ex Snia, Roma - Parco delle Energie


Eccolo, in lontananza, il lago di Roma. Diecimila mq d’acqua, addirittura balneabile dicono. Da qui sembra una pozza ma è abbastanza per far galoppare la mia fantasia verso orti galleggianti, macchie rosa di fenicotteri, grandi cespugli di Buddleja, minuscoli giunchi palustri e qualche salice piangente, capanne di legno per l'osservazione degli uccelli, mercati coperti al posto delle vecchie fabbriche. 

Lago Ex Snia, Roma - Parco delle Energie



Lago Ex Snia, Roma - Parco delle Energie
E perché no? Una scuola di pittura en plein air! ;-)
Giverny - Giardino di Monet - Ninfee
Giverny - Giardino di Claude Monet - Ninfee




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giovedì 26 maggio 2016

What next?

Perché i tecnici del suono, delle luci, delle reti, ecc., quelli insomma che arrivano per collegare il portatile al proiettore e sistemare il microfono hanno sempre vent'anni e i capelli rasta?  

La sala Petrassi dell’Auditorium ospita, nel primo fine settimana romano di bel tempo della stagione, Amedeo Balbi, astrofisico, divulgatore e scrittore e Roberto Battiston, presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana. 

Ancora un festival, stavolta delle scienze, e il tema della Lectio Magistralis di quest’afosa domenica, è affascinante: come il cinema guarda le stelle

C’è sempre stato un interesse molto forte del cinema verso l’Universo. Un rapporto strettissimo che parte da Viaggio nella Luna (1902, ispirato a “dalla terra alla luna” di Jules Verne) e continua con 2001 Odissea nello spazio (1968) che è in realtà un film sulla "ricerca di senso", e poi Apollo 13 (1995) che ha dato probabilmente origine a uno dei primi fenomeni virali e duraturi in tema di citazioni cinematografiche con la famosa frase: "Houston, we have a problem".

Da questo punto in poi fantasia, storia, scienza si incontrano

Il cinema di genere degli ultimi anni racconta storie non vere ma certamente verosimili: siamo andati sulla luna, sulla coda di una cometa, è stato misurato lo spazio interstellare, si parla di raggi cosmici, di antimateria, di buchi neri. “Non è più fantascienza - racconta Battiston - è scienza.” 

Una passione, quella del cinema per lo spazio, che torna prepotente negli ultimi anni con pellicole come Gravity (2013) in cui tutti i movimenti, le luci, i giochi sono calcolati dal computer - artigianato dell'illusione è stato definito - e ancora di più con Interstellar (2014), il film che è anche uno strepitoso tributo ad Albert Einstein. 

La storia è stata scritta da Kip Thorne un astrofisico (che potrebbe essere il prossimo premio Nobel per la fisica) che ha lavorato per 12 anni con il regista Nolan a partire dalla fisica nota, immaginando mondi possibili e basando il resto del racconto su quella speculativa (TesseractWormhole, ...). 

Con questo film si dice abbia dato addirittura un contributo al progresso scientifico grazie alla “visualizzazione” di alcune teorie.

Sulla necessità di “visualizzare” mi scontro quasi ogni giorno: per quanto si possano produrre documenti approfonditi, dettagliati e perfino approvati ci sarà sempre qualcuno che alla vista del prototipo o del Mockup cadrà da un pero.

La mia pregiudizievole idea dunque, indotta dal confronto quotidiano con utenti di applicazioni web recalcitranti alle parole che necessitano di “visualizzare” e la mia personale visione che riterrebbe invece sufficiente uno “sforzo di fantasia”, richiede un cambio di prospettiva: accettare che lo studio, l’approfondimento, la ricerca, l’intuizione, l’applicazione, la sperimentazione, l’ingegno, la creatività e la passione con cui ci adoperiamo ogni giorno per mostrare cose che altrimenti non saremmo in grado di far vedere non è (mai) fatica sprecata e potrebbe addirittura un giorno trasformarsi nella scintilla che ci farà fare il prossimo salto in avanti.
Robot di Metropolis (Fritz Lang, 1927) - Cinémathèque française di Parigi
Robot di Metropolis (Fritz Lang, 1927) - Cinémathèque française di Parigi

P.S. Sulla domanda in incipit non ho finora trovato risposta soddisfacente e sono ben accetti suggerimenti;-).


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mercoledì 18 maggio 2016

Non chiamatelo “Festival”

Ho cominciato da qualche anno ad accumulare libri e riviste di giardinaggio, dépliant di eventi florovivaistici, cartoline botaniche, semi di zucca e cappelli di paglia. 

Man mano che la formazione è avanzata il Glicine è diventato “Wisteria Sinensis”, il Geranio: Pelargone, la Speronella: Delphinium e chiunque ormai accenni in mia presenza un moto di incertezza nel distinguere a occhio nudo un’infiorescenza apicale ad ombrello da una spiga scatena, come minimo, disapprovazione e biasimo.

Ça va sans dire, da diverse stagioni frequento fiere di settore, mercati, mostre, esposizioni e rassegne varie, armata di macchina fotografica, blocco per gli appunti e una lista di improbabili erbacee, rigorosamente perenni, che potrebbero allietare la mia affollata aiuola urbana, posto che qualcuna delle piante che vi dimora decida di abbandonare anzitempo questa valle di lacrime per lasciare spazio, che so, all'effetto cottage di una rarissima digitale purpurea.

Ora, si capisce facilmente che decidendo di andare anche quest’anno al Festival del Verde e del Paesaggio le mie aspettative erano piuttosto elevate ed è altrettanto facile immaginare che avrei potuto cominciare a recriminare ancor prima dello strappo del biglietto d’ingresso. Pioveva pure.
Auditorium Parco della Musica - Festival del verde e del paesaggio
Auditorium Parco della Musica - Festival del verde e del paesaggio

Tuttavia, anche gli spiriti più arruffati in alcune giornate sono più quieti e la potenziale diatriba sulla mancanza di spunti creativi dell’evento è sfociata in una riflessione più ampia: posto che visto uno, visti tutti (ma quelli che vanno ogni anno sulla Croisette penseranno la stessa cosa?) che si potrebbe fare per ravvivare un Festival ammesso che non si possa semplicemente proiettare nuovi film?
Auditorium Parco della Musica - Festival del verde e del paesaggio
Auditorium Parco della Musica - Festival del verde e del paesaggio

Come rendere il Festival del verde e del paesaggio diverso dall'anno prima? Ovviamente in questa simulazione non consideriamo limiti di budget e facciamo come se il Parco della Musica facesse parte dell’emirato di Abu Dhabi. ;-)

Partiamo da vincoli e opportunità.

1.Location. Non è che basta cambiare le tende all'auditorium, voglio dire quello è un complesso polifunzionale con una sua precisa personalità… ma se fosse possibile ad esempio ridefinire gli orari della mostra prevedendo che si faccia in notturna, dal tramonto all'alba, con le terrazze piene di vasi di bella di notte, un famosissimo Direttore delle luci - ma uno figo proprio! - e un paesaggista/architetto/progettista/musicista che aggiunga fontane, giochi d’acqua e naturalmente musica?

2.Espositori. Fermo restando che non si può non avere Barni, Raziel, L’erbario della Gorra e Il Lavandeto di Assisi, per aggiungere un pizzico di glamour internazionale, si potrebbe chiedere a un Clement o un Blanc di presenziare, così tanto per darsi un tono. E poi creare alternanza: definire un regolamento per cui nessuno può partecipare per due anni consecutivi e per ogni espositore “storico” consentire la partecipazione gratuita di “nuove leve”. Al bando invece gli stand di libri ma organizzare solo postazioni di Book-crossing.

3.Temi. Niente voli pindarici, non “territori espressivi nei quali una società manifesta la sua civiltà” ma temi banali, che so, Giardini del ‘600 con tutto lo staff in costume d’epoca. Farsi venire idee coatte, tipo droni che fanno riprese aeree continue che vengono proiettate su mega schermi e utenti che mandano ai droni le loro riprese dal parterre:-). Utilizzo del “girato” per un docu-film da presentare alla prossima Mostra del cinema: il primo film interamente girato da droni e pubblico insieme:-).

4.Eventi. Nessun evento pianificato ma spazi condivisi per l’organizzazione di incontri spontanei proposti dal pubblico, dalle presentazioni di libri agli addii al nubilato, senza distinzione, così che la futura sposa con giarrettiera tipo bandana faccia pendant con il professore di storia e il suo romanzo epistolare.

5.Bambini. Prevedere multe per genitori che non permettono ai bambini di rotolarsi negli spazi erbosi delle scarpate dell’Auditorium e già che ci siamo aggiungerei scivoli sorvegliati da personale addetto alle postazioni per i giochi.

6.Comunicazione. Qui c'è una nota dolente. Mentre passeggiavo tra gli stand resto incantata da una bancarella di deliziosi cappellini. Ne scelgo uno dopo molte indecisioni e mi accingo a provarlo, con mia sorella armata di macchina fotografica pronta  a immortalare il momento, quando l’artista ci gela con un: “sarebbe che non faccio fare fotografie”... Mi sforzo di pensare cosa potrebbe succedere a parte pubblicità gratuita per…l’opera. Qualcuno certo potrebbe rifare lo stesso cappellino a partire dalla foto, è un rischio serio, proprio ultimamente ho letto di una copia di un cilindro del ‘700 spacciata per originale. Ma a parte il copyright, l’aspetto più grave di tutta la faccenda è senza dubbio l’uso della locuzione “sarebbe che non”, per cui farei sottoscrivere apposita clausola di non uso agli espositori.

Insomma, il mio sarebbe più o meno così: poco Festival, mai che non. :-)
Auditorium Parco della Musica - Festival del verde e del paesaggio
Auditorium Parco della Musica - Festival del verde e del paesaggio



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