mercoledì 22 luglio 2015

Il Curriculum del lettore. I libri che non arredano


Un’amica mi raccontò un giorno degli inizi della sua carriera.

Aveva cominciato a vendere enciclopedie subito dopo la Laurea ad indirizzo umanistico, fu il suo primo vero lavoro e me ne parlò come di un periodo stimolante e proficuo. Si vendevano benissimo pare e alla mia domanda se la sua formazione l’avesse facilitata (già immaginavo dotte dissertazioni davanti a una tazza di caffè per convincere il potenziale acquirente) candidamente mi rispose: “No, è che le enciclopedie arredano”:-). 

I libri arredano è vero, esistono arredatori professionisti di librerie e prima o poi qualche indicazione su come districarsi nella scelta tra una libreria di design o una hand made finirà per sfuggirmi:-).

Nell’attesa vi racconto di un’altra amica. 

Si chiama Rita Fortunato, il suo blog è Parole Ombra ed ha avuto un’idea che mi è piaciuta molto: il “Curriculum del lettore”. 

Sul Curriculum del Lettore sapevo, senza timore di smentita, che per quanto l’idea  fosse piaciuta a me, sarebbe piaciuta moltissimo al collaboratore fisso di questo Blog, così gli ho chiesto di “compilare” il suo e tempo qualche ora mi ha mandato cinque pagine fitte fitte:-). 

Prendete allora questo lunghissimo post che non parla di librerie ma di una personalissima lista di libri, aggiungeteci qualche foto, 40 gradi all’ombra e stiamo già contravvenendo a diverse regole elementari della scrittura online ma ancora una volta, per chi vorrà seguirci, proveremo a sollevare lo sguardo oltre la linea dell’orizzonte.

Buona lettura!:-)

Il Curriculum del lettore, di Alessandro Borgogno

Non credo di ricordare il primo libro letto in vita mia. Casa per fortuna era piena di libri, e chissà qual è stato davvero il primo. Quasi certamente le prime letture sono state le enciclopedie sugli animali. Ne avevamo almeno due. Molti volumi. E spesso li aprivo e mi leggevo le voci dei vari animali, spesso sconosciuti. Di sicuro lì è iniziata la mia passione intramontata per la natura e per la zoologia in particolare.

Ricordo fra i primi i ”Racconti del terrore e del mistero” di Edgar Allan Poe. Cose che chiunque dovrebbe leggere da giovane, per poi rileggerli cento volte come è capitato a me nelle varie età che si sono susseguite fino ad oggi. Ogni volta scoprendone aspetti diversi, naturalmente. E facendo si che regolarmente si colgano le mille e mille citazioni che di quelle storie si continuano ancora oggi a fare in altri libri, in film, in fumetti, in tutto. Indimenticabili "Delitti della rue morgue”,  “Il pozzo e il pendolo”, “Il barile di Ammontillado”, “Mascherata della morte rossa” e “Caduta di casa Usher”, un prototipo della decadenza. E quasi filosofici e mai più analizzati così in profondo sentimenti umani e sociali come ne “Il cuore rivelatore”, “L’uomo della folla”, “Il demone della perversità”. Ed arrivando soltanto già grande e a chissà quale numero di lettura a scoprire “Una discesa nel Maelstrom” come un capolavoro inarrivabile.

Per qualche misterioso motivo, ancora molto giovane lessi “La Montagna incantata” di Thomas Mann. Arrivai in fondo anche a dispetto delle cinquanta pagine centrali di dialogo interamente in francese. Lette anche quelle, per il suono, intuendone vagamente il senso. Certo ci furono prima ancora i racconti (fra cui inevitabile, e magnifico, “La morte a Venezia”) ma poi arrivò “Doctor Faustus”. Quello mi illuminò davvero, e per una scoperta quasi tecnica. La pagina in cui il protagonista rivela al suo amico narratore, e soprattutto rivela a noi, che la lenta e orribile morte inflitta ad un suo piccolo adorabile nipotino è in realtà il prezzo che sta pagando per il suo patto col diavolo, mi impietrì, mi fece rabbrividire, e quel giorno fermai lì la lettura perché non si poteva andare oltre. Ma la scoperta vera fu tempo dopo, quando ricordandola andai a cercarla e a rileggermela. Proprio quella pagina lì. E la scoprii normale. Scritta esattamente come le altre centinaia di cui era composto il romanzo. Capì allora che la forza di quelle righe non era nel modo particolare in cui erano state scritte, ma era tutto nel come ci si arrivava, a metà romanzo, dopo almeno duecento pagine di racconto. Lì decisi definitivamente che Mann era uno scrittore immenso.

Questo effetto poi lo trovai e lo riconobbi molte altre volte in tanti altri libri. Fra i fondamentali sicuramente ci fu “It”, di Stephen King. Fu il primo libro di King che lessi (tanto per cominciare leggeri). La prima pagina mi fece storcere il naso, a metà della seconda pagina King mi imprigionò per le successive milletrecento e non mi ha ancora mollato. E’ insuperabile, e molti anni dopo “Dolores Claiborne” mi dimostrò definitivamente che ci sono scrittori che possono anche non piacere per via dei temi trattati o per mille altri motivi, ma è impossibile, a meno che non si sia in malafede, negarne la grandezza.  Una volta in una pagina culturale di un giornale trovai scritta a proposito di “It” la seguente frase: “piaccia o non piaccia, un capitolo fondamentale della letteratura americana del ventesimo secolo”. Ecco, è quello che penso.

E poi ci fu “Il nome della rosa” di Umberto Eco, letto su consiglio della mia straordinaria professoressa di storia dell’arte del liceo, appena uscito e da molti comprato senza leggerlo. Non solo lo lessi, ma ne rimasi incantato, e due anni dopo lo portai con la massima sfacciataggine come argomento di letteratura italiana all’esame di maturità. In quel romanzo trovai la conferma che raccontando una storia si può parlare di qualunque argomento ci stia a cuore, dalla storia, alla storia dell’arte, alla teologia, alla psicologia, al mistero. E poi è un romanzo che parla di libri, e questo dice tutto. La scelta temeraria fu premiata: la commissione d’esame, dopo aver ascoltato per settimane ripetere Pascoli, Foscolo e Leopardi in tutte le combinazioni possibili, quando si sentì dire “Umberto Eco, il nome della Rosa” (un romanzo uscito pochissimi anni prima e ancora neanche consacrato come classico) si sciolse in un sorriso liberatorio. Fu un successo.





Poi c’è stato Hemingway, perché non si può fare a meno di Hemingway. I 49 racconti anzitutto, e fra tutti quelli che raccontano di pesca alle trote in mezzo al fiume. E poi “Il vecchio e il mare”, il romanzo più semplice e più puramente completo che abbia mai letto. Sottrazione sistematica di qualunque orpello per il raggiungimento di vette sublimi. Credo sia stato scritto con un numero di vocaboli inferiore a quelli di un libro delle elementari. Al di là dello stile, che non è e non credo sarà mai il mio, di sicuro una lezione irrinunciabile su cosa significa saper scrivere.

A un certo punto ci fu un libro decisamente minore, ma che come spesso accade credo abbia inciso più di tanti classici. Si intitola “L’anello di acque lucenti”, di Gavin Maxwell, uno scrittore inglese che non ha scritto molto altro. Racconta, in modo anche poco strutturato e del tutto personale, la storia di se stesso e delle sue lontre, uno stranissimo rapporto fra uomo e animale, sulle impalpabili e severe coste scozzesi. La mia passione per gli animali, già ampiamente coltivata e coccolata, con quel libro venne fissata come su una lastra fotografica, e non sarebbe mai più andata via. Quando ancora oggi dico che il mio animale preferito è la lontra mi guardano tutti strano. Li capisco, ma è la verità, e la ragione è quel libro.

Poi tornò Umberto Eco, col suo secondo romanzo. Tosto, faticoso, contorto. Ma uno di quelli che amo di più in assoluto. “Il pendolo di Foucault”. Alla fin fine fu quel libro a farmi innamorare di Parigi, e a farmi acquisire uno sguardo critico e scettico su qualunque ipotesi di complotto misterioso e di sensazionali scoperte dietrologiche che regolarmente fioccano ancora oggi ad ogni stormir di fronda. Fu grazie al Pendolo che i deliri storico-artistici di Dan Brown mi fecero sorridere quando in tanti li prendevano sul serio. Ed ancora oggi è grazie a quel romanzo che non ha paragoni che regolarmente mi emoziono sempre un po’ più del normale quando vedo il pendolo che oscilla dal tetto del Pantheon di Parigi o dalla volta della chiesa di Saint-Martin des Champs.

Tornarono i classici. Ma ci sarà un motivo se si chiamano così. “Notre-Dame de Paris” di Victor Hugo fu devastante. Difficile pensare a qualcosa di più “romanzo” di quella tragedia splendente e cupa allo stesso tempo. E difficile trovare su qualunque guida anche brillantissima una descrizione di Parigi più bella e più indelebile di quella che Hugo ci offre nel capitolo “Parigi a volo d’uccello”.

Ma farei un torto a dimenticare i fumetti, che considero letteratura di eguale dignità di qualunque altra. Irrinunciabile tutta la serie degli albi di Asterix, di Goscinny e Uderzo, e non credo di esagerare se dico che una buona parte della mia generazione deve anche a quelli molte cognizioni storiche sull’epoca dell’impero romano che gli studi scolastici non sono riusciti a imprimere così bene (guai a sottovalutarli, i riferimenti storici degli albi di Asterix, pur se sempre trasfigurati nella satira e nel grottesco, sono rigorosissimi). E poi naturalmente Charlie Brown e i Peanuts di Schulze, B.C. di Hart e il Mago di Id sempre di Hart insieme a Parker, Blondie e Dagoberto di Young e il Gruppo T.N.T. (cioè Alan Ford) di Magnus e Bunker.

E una cosa che è a metà fra il fumetto e il romanzo. Un magnifico volume di "Tarzan delle scimmie", con i testi originali di  Edgar Rice Burroughs e le splendide tavole disegnate e colorate da Burne Hogarth. Forse una delle prime vere graphic novels, con testi molto lunghi che da soli rappresentavano racconti interi, e disegni e dipinti magnifici, opere d’arte senza mezzi termini, che descrivevano e al tempo stesso evocavano il massimo dell’avventura e dell’esotico. 

Scoprii tardi Stevenson, e lo scoprii come uno dei più grandi. Tardi perché erroneamente considerato uno scrittore per ragazzi e invece lo lessi già più adulto. E sebbene “L’isola del tesoro” possa essere considerato letteratura di tale categoria, la grandezza di quel romanzo si rivelò superiore a qualunque genere. E poi, se mi fosse rimasto qualche dubbio sulla grandezza di Stevenson scrittore, ci pensò “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” a togliermelo. Quando si riesce a scrivere almeno due capolavori (e ne scrisse anche altri) di genere e natura così totalmente diverse fra loro deve esserci qualcosa di fondamentale in quello scrittore che viene prima del soggetto, della storia, perfino del modo di raccontare.

Arrivò, irrinunciabile e tagliente come un rasoio, Orwell. “La fattoria degli animali” e poi “1984”, letto proprio nel 1984. Un pugno allo stomaco. La frase “Voi siete i morti” che esce dal quadro alla fine della prima parte del libro (chi lo ha letto sa di cosa parlo) non la dimentichi più per il resto della vita.

L’anello di Re Salomone” (di nuovo un anello…) di Konrad Lorenz mi consacrò definitivamente all’amore per gli animali e per lo studio dei loro comportamenti. E la Trilogia Galattica di Asimov mi consegnò alla fantascienza più rigorosa e al senso della narrazione teatrale in cui Isaac eccelleva, pur essendo uno scienziato. 

Potrei non finirla più ma provo a continuare. “Cuore di Tenebra” di Conrad mischiò di nuovo le carte in tavola, semmai erano state in ordine. Mi folgorò la capacità di raccontare gli avvenimenti della storia parlandone prima che accadessero e dopo che erano accaduti senza raccontarli mai al presente. Una lettura in sospensione continua dove capivo ciò che mi stava raccontando sempre in un momento diverso da quello in cui accadeva. Un virtuosismo che ancora non credo di aver compreso del tutto, e che non cessa di affascinarmi.

E poi doveva arrivare l’immenso, e l’immenso non poteva che avere la forma e le movenze di una balena bianca. Moby Dick di Hermann Melville è per me uno spartiacque (mai metafora fu così adatta). E lo è stato anche più di una volta. La prima volta lo lessi da ragazzo, in una versione ridotta per essere leggibile dagli adolescenti, insieme ad altri due splendidi romanzi di Jack London, Zanna Bianca e il Richiamo della foresta. Mi impressionò e mi catturò in molte parti, probabilmente senza ancora capirne la gigantesca metafora e anche la profonda blasfemia (come disse John Huston, “tutta la storia è una immensa bestemmia”). Mi rimase impressa in mente (ancora oggi) una scena in cui tutti affacciati dal ponte guardano nell’acqua profondissima e limpidissima dell’oceano e ad un certo punto vedono la balena come un puntino bianco (alcune traduzioni dicono “come un piccolo ermellino”, altre “come una moneta bianca”) in fondo in fondo all’oceano. Una sola immagine che rende la profondità assurda di quel mare e la sua limpidezza quasi irreale. E poi la vedono ingrandirsi velocemente perché sta puntando in verticale verso la chiglia della loro nave. Una immagine che ti inchioda, pietrificato, in attesa di qualcosa di spaventoso da cui non puoi più scappare. Lo rilessi da grande almeno un altro paio di volte, nella versione integrale, interminabile e per molti lettori ancora oggi ostica. E ogni volta è regolarmente stata una rivelazione. Vi ho sempre trovato l’urgenza di uno scrittore che doveva a tutti i costi raccontare quella storia, e per farlo non si preoccupava di mescolare i generi, addirittura separandoli come stesse scrivendo libri diversi. A un certo punto parte con un lungo trattato sui cetacei che starebbe tranquillamente al suo posto in un libro scientifico. Eppure lo mette lì, in un romanzo di avventura (o che fa finta di essere tale). E poi dopo ti riprecipita nell’abisso togliendoti il respiro, e poi ti inchioda nel sole senza un filo di vento che possa far muovere la nave per giorni e giorni, in attesa. Mai come in quel romanzo il senso dell’attesa, se possibile ancor più che in Conrad, è protagonista assoluto. Se esiste un santuario della suspense, quello è "Moby Dick". Pagine e pagine ad attendere le apparizioni (perché di questo si tratta, di apparizioni) dello spaventoso cetaceo, per vivere poi pochi istanti di furia smisurata e poi ripiombare nell’attesa. Implacabile, inarrestabile, è in quel modo che ti trascina dentro e non ti fa più dubitare di essere in balìa di un destino a cui non si può sfuggire. E poi naturalmente lui. Come si fa a concepire qualcosa di più, in ogni senso di più, di un personaggio come il Capitano Achab? Posseduto dal demonio, vittima e carnefice dell’intera umanità rappresentata in tutte le sue forme sul ponte del Pequod, trascinatore implacabile e distruttivo. Alla fine convince tutti a seguirlo nel suo disastroso destino. Tutti. Anche te.

E poi arrivò Gabriel Garcia Marquez, di cui lessi molte cose prima di leggere il suo libro più famoso, quasi volessi attendere sempre il momento giusto. “L’amore ai tempi del colera” forse è stato il primo, e mi chiesi come fosse possibile scrivere così, arricchendo ogni virgola, e perdendosi in mille storie e paesaggi senza perdersi mai. Poi “Nessuno scrive al colonello” e poi “Cronaca di una morte annunciata”, forse non il primo ma di sicuro uno dei più efficaci racconti a “moltiplicazione dei punti di vista”, e poi altri racconti e via via, fino a che mi decisi, non molti anni fa, ad affrontare “Cent’anni di solitudine”. Finito il libro pensai “ma dopo aver letto questo come si fa a leggere altro? E come si fa a pensare di poter scrivere qualcosa di meglio?”. E dopo averlo pensato scoprii che invece aveva avuto l’effetto esattamente contrario, e fu la scintilla che mi fece rinascere definitivamente la voglia di scrivere.

Fino ad ora ho fatto finta di niente e ancora non ho nominato Simenon. Mi sembra quasi stupido nominarlo. Non ricordo neanche quando l’ho scoperto, forse con i libri di Maigret dati in regalo da l’Unità iniziati a leggere col ricordo e anche con la visione in replica di diverse puntate della splendida versione televisiva con Gino Cervi, ma da allora è diventato una presenza costante. Ogni tanto nella serie di letture entra per forza un Simenon. Con quella asciuttezza incomprensibilmente precisa che sembra sempre non dirti niente e alla fine capisci che ti ha fatto entrare nelle stanze e nei luoghi come se ci fossi sempre stato. La consuetudine con Maigret mi ha portato negli inevitabili pellegrinaggi parigini al numero 36 del Quai des Orfevres ed altri luoghi tante volte raccontati dei romanzi, ma la lettura di altri Simenon “non-maigret” mi ha aperto un altro mondo parallelo ormai irrinunciabile. Sono troppi e sono tutti straordinari, impossibile farne una selezione. Se devo citarne pochi allora ne cito uno solo: “L’uomo che guardava passare i treni”. Un brivido.

In ordine sparso, anche temporalmente, hanno lasciato il segno “Civiltà sepolte” di Ceram, “La collina dei conigli” di Adams, molto Stefano Benni fra cui sopra tutti “Baol” e “La compagnia dei celestini”, il primo Pennac, qualche Fruttero e Lucentini, parecchio Lovercraft e alcuni meravigliosi racconti di Ray Bradbury.

E poi lascia un segno indelebile il “Don Chisciotte” di Cervantes, anche per la scoperta di quanto potesse essere comico e divertente un libro del cinquecento, e per la serie infinita di prototipi che incide per sempre costringendo chiunque dopo di lui a farci i conti, e “Il signore delle Mosche” di Golding, piccolo sconvolgente capolavoro sulla ferocia della natura umana.

Dal Sudamerica (ancora complici libri regalati da L’Unità, edizioni fuori catalogo di Editori Riuniti) una scoperta inaspettata: Ignacio Quiroga, e i suoi straordinari racconti nella raccolta “Anaconda”. Uno di quelli che ti rimescola di nuovo le carte.

Per la natura e la montagna, invece, nulla ha mai più potuto eguagliare i libri di Walter Bonatti, “Le mie montagne” primo fra tutti. E poi i suoi racconti dei viaggi in solitaria ai quattro angoli del mondo. Credo siano quelli che ancora mi portano a viaggiare e stare così spesso con la mente (e quando è possibile anche col corpo) protesa verso posti da visitare e da fotografare.

Furore di Steinbeck, letto appositamente durante un viaggio in USA e per alcuni capitoli proprio percorrendo la route 66, ha colmato di recente una mia mancanza riguardo agli “on the road” americani. Potente, duro e asciutto. I primi capitoli che descrivono la grande siccità e l’invasione della polvere rimangono impressi più di qualunque film o documentario.

Ma da un certo punto in poi, così come Simenon, è arrivato Sir Arthur Conan Doyle e non ha più lasciato la posizione. Tutti i romanzi e racconti del “canone” di Sherlock Holmes, letti e riletti molte volte. Difficile trovare qualcosa di più geniale. In alcuni in particolare poi ci sono anche trasgressioni delle “regole” quasi eretiche, racconti che si aprono all’interno dei racconti e che hanno una forza avventurosa ed evocativa difficilmente eguagliabile. Immagini e storie che non si dimenticano. E al di fuori di Sherlock, un romanzo unico nel suo genere, “Il mondo perduto”, dove ancora nell’ottocento Sir Arthur immaginava avventure straordinarie di cui sono ancora oggi debitori tutti i Jurassic Park del nuovo millennio.

Come nel caso di Maigret, la passione scatenata dai suoi racconti di Sherlock Holmes mi avrebbe poi portato a visitare la Casa-Museo di Baker Street a Londra come fosse un luogo vero (follia che credo di condividere con una buona parte del mondo, e di sicuro con Corrado Augias).  Ho idea che quando la letteratura materializza una fantasia e la fa diventare un luogo e un personaggio praticamente storico abbia davvero vinto. Ecco, direi che in Baker Street è sostanzialmente possibile toccare con mano come la letteratura, quando è grande, può sconfiggere la realtà, e sostituirsi realmente ad essa.  Un risultato non da poco.

Ho sempre avuto una certa difficoltà con la poesia. Salvo “Antologia di Spoon River” di E. L. Masters, scoperto ovviamente grazie a De André e poi più volte letto, spesso anche per cogliere i segreti del lavoro del cantautore su quelle poesie. Però devo aver sempre avuto qualche difficoltà con la lettura non seriale. Prendere un libro di poesie, leggerne qualcuna, riposarlo, riprenderlo chissà quando. Non so. L’ultimo anno di liceo mi innamorai delle poesie di Pascoli, le analizzai e le smontai come non feci mai più con nessun altro scritto,  e credo di considerarlo ancora oggi uno dei più grandi. In compenso molto di recente ho riscoperto (scoprendo in fondo di non averlo mai tradito) Leopardi. Complice anche una visita a Recanati che ancora mi mancava e che ha colmato quella che ho percepito essere una lacuna anche “fisica” importante, ora per Leopardi mi riesce ciò che mai mi era riuscito con altri: prendere il libro, leggere una lirica, posarlo. E anche leggerle tutte di seguito, come fossero un romanzo. 

Certo, mancherebbe ancora un’altra mia grande passione, cioè il cinema. Perché anche per questa passione sono stati fondamentali diversi libri. Ma ne citerò solo uno, che in ogni caso secondo me ancora oggi rimane il più bel libro di cinema che sia mai stato scritto: “Il cinema secondo Hitchcock” di François Truffaut.


Penso di fermarmi qui, prima che comincino a venirmi in mente tutti quelli che al momento non ho ricordato.


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