martedì 1 marzo 2016

L’arte non insegna nulla, tranne il senso della vita

Durante la pausa pranzo del corso di Emanuela Pulvirenti a Finestre sul Cortile apprendo, da una delle insegnanti presenti, che la storia dell’arte non è più materia di studio negli istituti per il turismo.

Ho un sobbalzo che per poco non mi fa andare di traverso il wurstel vegano. 

Chiedo conferma incredula, ammutolisco e anche ora, a distanza di qualche giorno, ammetto che mi viene complicato non vomitare fiele su questa pagina. Faccio respiri profondi e provo a dire pacatamente 10 buoni motivi per cui la trovo un’aberrazione.

È una stronzata perché

1. Perché viviamo in un mondo in cui saper leggere e interpretare le immagini è vitale
2. Perché dopo La Gioconda, Il bacio di Klimt e forse la ragazza afgana di Steve McCurry le immagini con forza iconografica sono diventate una risorsa scarsa
3. Perché in ogni opera ci sono molteplici narrazioni da sgranare: di una ricerca, di un’epoca, di una tecnologia, di una storia e della storia privata dell’artista
4. Perché da più di 30.000 anni l’umanità imbratta muri, tele e qualunque altra superficie disponibile. Ci sarà un motivo
5. Perché la cornice non è mai una sola e (spesso) una è quella del nostro schermo
6. Perché occorre conoscenza e profonda consapevolezza del contesto per perseguire la legalità 
7. Perché altrimenti saremmo come cani al guinzaglio che urinano sui muri
8. Perché la bellezza rende la vita degna di essere vissuta
9. Perché chiudere una trattativa economica citando l’asparago di Manet, vuoi mettere?
10. Perché fa vendere più moto

Una simile decisione in un paese come il nostro dove il turismo è una risorsa fondamentale per la valorizzazione del territorio e per la creazione di posti di lavoro è peccato mortaleAncora di più oggi che le tecnologie digitali permettono di comunicare con estrema facilità esperienze attraverso le  immagini.

Ancora di più se uno Stato che dovrebbe essere ormai sempre di più a vocazione digitale impastoia proprio coloro che più di ogni altro costituiscono i pilastri fondanti del nostro futuro, proprio quelli a cui viene chiesto di formare il pensiero critico delle nuove generazioni

Ancora di più se la stessa formazione degli insegnanti è carente, complicata dalla burocrazia, inadatta a fornire gli strumenti che servono per stare non al passo con  i tempi, ma un passo avanti. Perché un conto è quello che sai fare, un conto è quando quello che sai fare non basta.

Mi sono resa conto di aver istintivamente definito Emanuela Pulvirenti una guida. È questo che chiediamo alla scuola e ai buoni insegnanti: di guidarci in un mondo dove la complessità aumenta ogni minuto che passa.

Ma non bastano le eccezioni e non bastano le persone dotate di buona volontà: al corso c’erano insegnanti che venivano da Napoli o dalla Puglia, che hanno pagato di tasca propria, che hanno impiegato il loro tempo libero per mettersi in discussione, per imparare a loro volta, per girare il foglio.

Con l’incoerenza che contraddistingue questo periodo storico chiediamo agli insegnanti di essere visionari, di cambiare il mondo, di amare i nostri figli come se fossero i propri e andiamo poi alla ricerca di #petaloso nei trattati di botanica del 600. 

Credo invece che valga per l’insegnamento quello che vale per l’arte: i grandi del passato erano figli del loro tempo, al tempo di Leonardo era la norma occuparsi di molte discipline: pittura, matematica, botanica, scienze naturali, architettura... Ho chiesto ad Emanuela: cosa è normale per la nostra epoca? Lo sapremo tra un centinaio d’anni, mi ha risposto. :-)

Bon… in un centinaio d’anni possiamo ancora farcela a mandare tutto a puttane.

P.S. Per analizzare un'opera d'arte in tre mosse trovate qui un caso pratico.


Emanuela Pulvirenti e Anna Pompilio
Nella foto: Emanuela Pulvirenti e Anna Pompilio


P.P.S Il titolo del post è una citazione di Henry Miller

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