martedì 22 marzo 2016

L'Aquila era bella

di Alessandro Borgogno

Quando ho sentito, in piena notte, le porte della cabina armadio che sbattevano, quando mi sono alzato e ho acceso la televisione per capire dove fosse quel terremoto così forte da sentirsi anche a Roma, e quando ho saputo che capitava all'Aquila, il primo pensiero, anzi la prima immagine che mi è venuta alla mente, è stata una bicicletta

Anzi quattro biciclette

Avevo, e ho, dei ricordi straordinari collocati fra le strade e le montagne de L’Aquila, a partire da una casa di famiglia fra quelle montagne (anch'essa terremotata, e in quel momento non sapevo ancora quanto), a una trentina di chilometri dal capoluogo.
Da quando avevo circa quattordici anni conosco quei posti e anche quella città, ci sono stato molte volte. 

Fra i tanti ricordi, diciamo pure giovanili, ce ne sono di particolarmente cristallini, pieni di luce e di aria pulita. Il primo che è venuto in mente, mentre seguivo le notizie della devastazione notturna appena avvenuta, apparteneva a un’estate trascorsa con altri tre amici, girando fra quei monti e quelle valli a cavallo di quattro biciclette. 
In particolare mi è saltata alla mente una follia: partire una mattina dal paesino sull'Altopiano delle Rocche per arrivare fino a L’Aquila, trenta chilometri più a Nord, ma soprattutto circa settecento metri più in basso, senza preoccuparci di come avremmo fatto a risalire su, per trenta chilometri di tornanti. 

Ho ricordato la discesa in bici, sfrecciando lungo il fianco del massiccio con tutta la valle verde ai nostri piedi, costellata di piccoli paesi, castelli e case magnificamente arroccate sugli spuntoni di roccia; una discesa da togliere il fiato, col vento fresco nonostante l’estate che ci tagliava la faccia, e giù giù, senza cartine e senza navigatori satellitari, fino ad arrivare davanti al cartello che diceva “L’Aquila”. Una città così particolare già dal nome, che si permette tutt'ora di tenere l’articolo come fosse più di una città, un concetto, un sentimento

Ho ricordato una foto con autoscatto davanti alla meravigliosa basilica di Collemaggio, un gotico che commuoverebbe anche i sassi, con Dario che, dopo aver fatto partire il meccanismo della sua Olympus (meccanico, quello che faceva bzzzzzzzzzz), correva come un matto per arrivare insieme a noi che eravamo già pronti, e riuscire a mettersi in posa anche lui prima che l’otturatore facesse cla-clack, perché, per poter prendere anche tutta la basilica, la macchina fotografica la dovemmo mettere lontana, in mezzo al prato. 

E noi sotto la facciata della basilica, con le quattro biciclette, fieri trionfatori della nostra impresa di fantastici discesisti. Non ricordo neanche se l’ho più vista quella foto. Se era venuta bene o se Dario era finito immortalato di spalle, mentre correva come un centometrista per raggiungerci. Era scontato non poter risalire con le bici. Era una salita pazzesca, e non eravamo ciclisti. Eravamo quattro ragazzi con quattro biciclette.

Ho ricordato le richieste di indicazioni sul capolinea dei pullman che avrebbero potuto riportarci su, e una mitica sceneggiata fatta a Piazza San Bernardino (quante volte, poi, vista distrutta in quei giorni nei telegiornali) – dov'era appunto il capolinea - per convincere i già convinti autisti abruzzesi a farci caricare le biciclette dentro i pullman, con la scusa che io mi sentivo male e non potevo tornare su in bici. 

Ho ricordato la scena di me che facevo il gesto di aiutare a caricare le bici nella pancia del pullman e Dario in un furore recitativo shakespeariano che mi urlava «non rompere il cazzo tu, stai buono che stai male…». Sceneggiata pietosa, assolutamente non credibile, ma che aveva divertito tutti. Eravamo risultati simpatici, e ci hanno riportato su volentieri. Gente sincera, gli abruzzesi. Gente vivace e intelligente, gli aquilani. 

E poi, con queste quattro biciclette che non mi uscivano più dalla testa, nei giorni successivi ho detestato chi continuava a dire che quello “non era il momento delle polemiche”. E invece era proprio quello, perché è nei momenti di maggiore emozione che si può anche suscitare il maggiore sdegno, la maggiore reazione, la più forte protesta per tutte le cose che non vanno, che non sono andate. Per i ritardi, gli abusi, la cementificazione criminale,  la mancanza totale di prevenzione che hanno provocato, quelle sì, la gran parte di morti e di devastazioni. 

E mentre in quei giorni tanti, troppi, sembravano concedere spazio solo al dolore in un coro quasi unanime, io continuavo a sentirmi su quella bicicletta, lanciato in discesa per i tornanti e liberandomi con un doloroso grido di rabbia,  perché, sfrecciando di nuovo lungo il fianco di quelle montagne, tentavo di riportare alla luce dei ricordi che sono – erano sì sbriciolati e sepolti sotto tonnellate di macerie, ma non da una scossa di terremoto, bensì dalla sempre infinita arroganza degli uomini, dalla loro colpevole indifferenza, dalla totale mancanza di rispetto per ogni regola, per ogni diritto, per ogni dignità. 

E mentre ricordavo pensavo che se a me, che non sono abruzzese e non ho avuto morti in famiglia né proprietà devastate, ugualmente questi piccoli ricordi legati a quei luoghi aprivano ferite così profonde e mai più rimarginabili, solo ricordandole potevo sperare di dare il mio contributo misero e insignificante alla comprensione delle ferite devastanti aperte in tutti coloro che la notte di quel 6 aprile,  ai piedi del Gran Sasso, hanno perso qualcosa, o tutto.

Così, quando sento parlare del terremoto dell’Aquila, ma anche ogni volta che salgo su una bicicletta - sempre più di rado in realtà - finisce che tutto questo mi torna alla mente.

E ogni volta piango di dolore per L’Aquila e per l’Abruzzo, terra superba popolata da gente magnifica, che mai mi ha fatto sentire straniero o estraneo alle sue meraviglie.

E ogni volta piango di rabbia per l’Italia, ancora colpevolmente incapace di rispettare se stessa, la sua gente migliore e le sue cose più preziose.


Una bella bici che va...


Questo racconto è pubblicato nel libro Una bella bici che va... 
un progetto di Isabella Borghese che raccoglie le esperienze, 
i ricordi e le ispirazioni che questo mezzo, 
da sempre vicino all'uomo, 
ha creato e suscita.

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