mercoledì 20 gennaio 2016

Metropolitana, cinica, tossica

Io sono quella che fugge.

Solo che non sono scappata dalla città come nel famoso film sulla vita, l'amore e le vacche ma il mio percorso è stato esattamente al contrario. 

Posso annoverarmi tra i migranti, tra quelli che non restano, ma la domanda che mi frulla in testa da un po’ è: lo rifarei oggi, come 15 anni fa? Le motivazioni alla base della mia scelta, in primis la necessità di uscire da sistemi chiusi in se stessi, si possono considerare tutt'ora valide oppure andrebbero comprese, come qualcuno ha suggerito, tra le cazzate adolescenziali?

Si può decidere, senza rimpianti, di vivere in una grande città con tutti i suoi evidenti svantaggi? Traffico, difficoltà di parcheggio, inquinamento, mancanza di verde e contatto con la natura, burocrazia, indifferenza,… si può vivere immersi nella densità urbana, nei fotogrammi di Koyaanisqatsi  e Blade runner? Non più migranti ma mutanti :-).

L’altra forte spinta alla fuga è sicuramente la necessità di trovare un impiego, ma oggi che siamo tecnologicamente abilitati a operare da qualunque posto, il lavoro diventa un pretesto?

Non solo.

[...] Oggi con pochi euro possiamo metterci in tasca un centinaio di grammi di plastica e tecnologia digitale. E sono pochi grammi che ci aprono la porta a un mondo fatto di nuove relazioni, di comunicazione, di accesso alla conoscenza. Di opportunità. Di sviluppo. […] (Lo diceva qualche anno fa Giuseppe Granieri in Potenza, città contemporanea).

Eppure.

Eppure il digital divide resta un tema attuale (per quanto se ne parli da un ventennio): una stima recente di Internet Live Stats situa la penetrazione globale della Rete al 40% circa della popolazione del pianeta. Una discreta percentuale non accede quindi al nuovo mondo e non si tratta, per dire,  di portare i dirigibili in Africa ma di restare connessi a 90 km da Roma, anche in caso di vento forte. Altro che Knowledge economy.

E poi, se trascorriamo la maggior parte del nostro tempo davanti a uno schermo con la sigaretta accesa, che ce ne facciamo della natura fuori dalla finestra? Il giorno che dovessi pensare ad un percorso a ritroso voglio comprare una casa con giardino a Châtillon-sur-Cher per alzare gli occhi dal pc e guardare quantomeno un salice piangente, il fiume in lontananza e un airone cenerino immobile sulla riva.

E c’è sempre il forte rischio che la Ville Planète – la città mondo - come la definisce l’antropologo Augé, proprio per questa sua connotazione, si chiuda in se stessa replicando di fatto il problema da cui siamo partiti.

Come si esce da quest’impasse?

Non ho la pretesa di trovare, qui e ora, una soluzione. Tuttavia almeno per quanto riguarda chi scrive un pensiero a quelli che dicono: bisogna allargare la rete, ammetto di averlo fatto. Anche più di uno in verità.

Partendo quindi dal presupposto che è inutile distinguere tra “reale” e “virtuale”, posto che i piani li abbiamo mischiati da un pezzo, che proprio per questo abbiamo rivisto anche il nostro modo di pensare i luoghi, o i non-luoghi, posto che anche il tempo è un altro perché non abitiamo più un eterno presente ma esistiamo nell’ucronìa dei nostri feed, perché dovrei voler vivere fisicamente in una metropoli e virtualmente in una small town?

Soprattutto, chi può dire dove saremo tra altri 15 anni?  E come cambieranno le regole del gioco? :-)

New York


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