Non credo di aver capito come

di Alessandro Borgogno

Inevitabilmente raccontare dell’Expo significa dire qualcosa di ciascun padiglione, almeno di quelli che si è riusciti a visitare. Cerco però di partire dall’impressione complessiva.

Ovviamente è una fiera, non molto diversa dalle fiere cui siamo abituati. Naturalmente più grande, più costosa, più affollata.

La prima cosa che colpisce è la mostruosa quantità di persone in fila, non per il biglietto, ma per i controlli di sicurezza in stile aeroporto. Forse una riflessione seria e globale sulla nostra civiltà dovrebbe partire proprio da immagini come questa.

Poi  c’è la fiera vera e propria, una specie di piccola città che dovrebbe essere dedicata a declinare il tema del cibo ad ogni latitudine o longitudine. Ma il tema in effetti si presentava più ambizioso, perché prometteva di raccontarci come “nutrire il pianeta”. Se la fiera abbia risposto in qualche modo alla domanda torneremo a chiedercelo a fine passeggiata.

Nel viale centrale (il decumano di romana memoria) la questione ci viene ricordata dalle installazioni di Dante Ferretti (premio Oscar per scenografie cinematografiche) che riproducono carretti e mercati di frutta, verdura, carne, pesce. Straordinariamente verosimili se inquadrate in un film (o anche in foto) ma terribilmente tristi quando dal vivo i tuoi sensi si rendono definitivamente conto che sono finte. Plastica, come è giusto e anche affascinante che sia nel cinema, un po’ meno in un posto vero. Definitivamente mortale l’arrivo di un recinto di maiali, rigorosamente di plastica anch’essi, e molto simpaticamente accostati al loro destino di prosciutti e lonze.
E allora via con i padiglioni, e dato che vorremmo finire con qualche nota più lieta iniziamo prima dalle delusioni. 

Per prima cosa gli assenti. Sicuramente parecchi, ma si fa notare in particolare l’intero blocco dei paesi scandinavi. Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca non pervenuti. Cosa staranno cercando di dirci?

Poi ci sono i padiglioni che non riesci a visitare, perché delle file insensate promettono attese che superano abbondantemente l’ora. Clamorosa quella del Kazakistan (che si vocifera essere molto visitata per le sue scenografie 3D) ma che costringe ad attese interminabili, per di più fermi sotto una specie di tenda che diventa una serra, perché le entrate sono possibili solo a piccoli, piccolissimi gruppi ad intervalli interminabili. Per allietarti l’attesa, alcuni intermezzi con suonatori e cantanti Kazaki, quasi una istigazione a rinunciare. Considerando che il Kazakistan è l’organizzatore del prossimo Expo, auguri!

Stesso dicasi per casa Italia, che davanti al non particolarmente originale Albero della Vita si presenta come un grande solido bianco con pareti piuttosto simili all’effetto del famoso “Nido di rondine” dello stadio olimpico di Pechino 2008. Lì con un minimo di attenzione in più si viene avvertiti da un cartello. “Fila prevista 3 ore”. Che dite non sarà un po’ troppo? Passiamo oltre.
Il premio Mestizia immagino abbia molti candidati. Il nostro è l’Estonia. Minimalismo che appare più di necessità che di scelta stilistica, un incomprensibile pianoforte che suona da solo, una insensata motocicletta (nutrire il pianeta con la nafta?) e poi il nulla. Felici i bambini per delle clamorose altalene in legno che però sbucano in avanti e indietro dalle grandi aperture della struttura rischiando la decapitazione dei passanti. Ho la vaga idea che in materia di sicurezza una cosa così non sarebbe permessa neanche in un parco condominiale della Magliana. Ma forse l’expo è un luogo unico al mondo anche per questo. 

Accanto alla modesta Estonia, la Russia esagera con un padiglione gigantesco dotato di uno specchio esagerato. Di sicuro effetto, ma un po’ presuntuoso come del resto il paese che rappresenta.
Lì vicino entriamo invece in Oman, dove se non altro si accenna a qualcosa che riguarda la pesca, e il cronico problema dell’acqua che, ovviamente, in quei posti è molto preziosa.

Una menzione commossa per il Tibet, l’unico incompiuto ampiamente giustificato a causa del devastante terremoto che li ha giustamente indotti a preoccuparsi di altro piuttosto che di terminare la mega-pagoda per l’Expò.

Una menzione di incomprensibilità per l’Irlanda e il Vietnam. Evitati la mattina per le grandi file, visitati il pomeriggio perché vuoti. E scoperti vuoti anche dentro. Qualche filmato alle pareti per il primo, una specie di Bazar di cianfrusaglie orientali per il secondo.

Ma parliamo della Colombia. File notevoli, forse sperando di trovarci Shakira o, per i più intellettuali, qualcosa che ci ricordi Marquez. Ci sono, ma solo in fotografia. Per il resto un gigantesco spot turistico sul meraviglioso paese sudamericano, sul suo clima e sulle sue bellezze e su quanto è bello, bello, bello. “Sereno Variabile” avrebbe fatto di meglio. Chi sperava di sapere qualcosa che riguardasse anche il cibo si accomodi altrove. E se per caso pensavate che avrebbero avuto il coraggio di parlare magari problematicamente della coca e delle sue coltivazioni, sbagliate. Non ce ne è traccia (e non fate battute!).

Poi c’è la Cina, che a me ha dato la netta impressione di raccontarci qualcosa tanto per tenerci buoni mentre è impegnata a fare ben altre cose che si guarda bene dal raccontarci. Sarà. Qualche plastico di risaie, qualche statuetta che racconta come si allevano, si ingozzano, si sgozzano e si cuociono le anatre, e poi un enorme distesa di lampade colorate che dovrebbero simboleggiare una risaia, forse, o un campo di grano, chi dice anche i famosi guerrieri di terracotta di Qin a Xi'an. Le lampade cambiano colore disegnando forme animate. Abbastanza bello, abbastanza banale, piuttosto inutile. Fine della Cina.

Spagna minimal. Punta sui suoi Chef-Star e sulle nuove tendenze culinarie. Almeno parlano di cibo. 
Si migliora. L’Inghilterra non voleva neanche partecipare, poi alla fine i paesi della regina sembrano essersi  accordati su un padiglione a nome Regno Unito, e fanno il loro compitino. Però lo fanno con gusto ed eleganza. Una idea: la visione di un’ape. Una realizzazione lineare, passeggiata in un prato più alto di noi a simulare il volo fra i fiori in cerca di nettare, ed arrivo in una struttura di metallo che deve ricordare un alveare, e un po’ ci riesce. Efficace, semplice, e magari anche con un qualche tipo di messaggio riguardo al recupero dei cibi legati ai cicli della natura.
Padiglione ONU. E’ il padiglione Zero ma lo abbiamo visitato per ultimo, perché la mattina c’era troppa fila. Scenografie di grande effetto. Contenuti non proprio originalissimi ma comunque efficaci. Certo, partendo dalle risorse naturali per passare ai vecchi mestieri e poi all’urbanizzazione e infine ai consumi planetari e poi alla spazzatura che produce l’umanità, la sensazione è che non stiamo messi proprio benissimo.

Qualche promosso. Palma d’oro delle suggestioni all’Azerbaijan. Padiglione futurista, percorso sinestetico che in qualche modo vuole suggerire come ascoltare i colori o vedere i suoni. Bello e piacevole. Non molto in tema con la nutrizione del pianeta ma se non rispetta il tema nessuno perché dovrebbe farlo l’Azerbaijan? 
Francia come al solito impeccabile. Bel padiglione in legno di grande effetto, un modo intelligente di farti sopportare anche la fila snodandola attraverso le colture principali delle regioni francesi, prodotti tipici in abbondanza, e finalmente qualche discorso più mirato e anche ben spiegato su cosa si può fare per il futuro alimentare dell’umanità. La loro ricerca si focalizza su quattro "pilastri" tra cui spicca l’agricoltura di precisione.
E poi meravigliose baguette che ci hanno inevitabilmente indotto a farci preparare lì il nostro panino per il pranzo (unico cibo vero con cui abbiamo avuto un rapporto in una esposizione dedicata al cibo).
E infine il mio personalissimo vincitore. Il Belgio. Visitato per primo e classificato frettolosamente come “carino”, via via che si procedeva nella visita guadagnava posizioni. Come il primo sciatore di uno slalom che è primo in classifica perché è sceso solo lui mentre tutti pensano “vabbè adesso scendono quelli più forti”. E invece tutti quelli dopo di lui arrivano dietro, e lui rimane in testa fino alla fine, e solo allora anche i più esperti si accorgono che aveva fatto una bella discesa. Il Belgio non pretende troppo, conosce i suoi limiti. Fa un padiglione piccolo ma elegante, piazza fuori degli inevitabili chioschi di Birra e patate fritte (e già vince per quello) e si industria anche ad animare lo spazio con gruppi musicali. Dentro, un rapido giro intorno ad una piccola cioccolateria, qualche bacheca di gioielli (se li mangiano?), una scenografica ed elegante birreria, e poi un sotterraneo dove hanno scelto un tema, uno, e te lo presentano bene. Colture idroponiche circolari, vagamente 2001 odissea nello spazio, illustrate anche da animazioni tecniche proiettate su pareti trasparenti. Un cupolone dove volteggiano altre colture idroponiche. Insomma una idea. Sviluppata con semplicità ed eleganza, senza raccontare troppe frottole. Promossi.


E quindi? Dire che è un grande baraccone è scontato, e non aggiunge nulla. Quindi tornerei alla domanda iniziale: l’Expo intitolata “nutrire il pianeta” mi ha detto qualcosa su come lo si può nutrire? 

Direi di no. Non mi ha detto né come lo sta nutrendo ora né come ha intenzione di nutrirlo domani, quando di sicuro il problema è destinato ad aumentare esponenzialmente.

Ma la cosa forse peggiore non è che non abbia risposto alla domanda (anche questa sarebbe stata una risposta. Tragica, ma lo sarebbe stata). 

La cosa peggiore è che non mi sembra abbia proprio avuto l’intenzione di dare alcuna risposta, e forse neanche di porsi davvero la domanda.



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