venerdì 9 febbraio 2018

Il violino di papà

di Alessandro Borgogno

Un’immagine per me indelebile della giovinezza di mio padre Lodovico lo vede in piedi, chioma al vento e sguardo profondo, nella cromatica appena sbiadita delle prime fotografie a colori, mentre suona il violino su un prato, fra le montagne della sua Cortina d’Ampezzo, con lo sfondo di un bosco e di una cima più lontana.

Era arrivato a suonarlo bene il violino, Lodovico, e lo suonava formando un gruppo con altri amici che si esibiva nella chiesa della Difesa, una delle due chiese principali di Cortina, quel paese che allora cominciava appena a diventare una cittadina popolosa e che poi sarebbe divenuto un luogo famoso in tutto il mondo. La chiesa non era la parrocchia principale di Cortina, quella poco sopra, sul corso, con il campanile che svetta su tutta la valle. Ma gli ampezzani dell’epoca finirono per frequentare molto di più la piccola chiesa più in basso, perché le messe erano assai più spettacolari. Si cantava, e c’erano quei ragazzi che suonavano. Nascerà in quegli anni il suo amore per la musica, e mentre suonerà il flicorno nella banda, continuerà per proprio conto a studiare il violino che gli piace molto di più, e il suo interesse non si fermerà a quella normalmente definita classica ma, avido di conoscenze, si estenderà a qualsiasi genere musicale. Nascerà anche l’amore per la letteratura, e quella fame di sapere che lo accompagnerà sempre. 

Leggeva, il piccolo Lodovico, leggeva tanto e leggeva tutto, e ciò che poi costruirà con le proprie forze nell'arco di tutta la sua vita, insieme ad una famiglia con moglie e tre figli di cui io sarò il terzo, sarà una biblioteca sconfinata che non smetterà mai di alimentare con nuovi libri e nuovi volumi. Tutto ciò che la scuola e lo studio non hanno potuto dargli, che la guerra e la povertà e la necessità di cominciare a lavorare fin da piccolo non gli hanno permesso di avere, se lo riprenderà da solo, senza l’aiuto di nessuno, pagina su pagina, copertina su copertina, dalla letteratura classica all'astronomia, dall'archeologia alla storia, dall'arte alle opere teatrali fino ai fumetti, nulla si lascerà sfuggire. Comprerà tutto, leggerà tutto, assorbirà tutto.

E avrà sempre con sé il violino, anche una volta arrivato a Roma e messa su famiglia. Ma da un certo punto in poi non lo suonerà più.

Per me quel violino in casa ha sempre rappresentato un ponte con qualcosa che avrei sempre e solo potuto intuire ma che mai avrei potuto davvero conoscere. Perché non ho mai sentito e mai sentirò mio padre suonarlo. Interrogato o sollecitato, ha sempre risposto con una delle sue tipiche leggende inconfutabili secondo la quale “ci sono solo due strumenti che se li lasci poi non puoi mai più riprendere, il corno e il violino”. Verità assoluta mai verificabile.

Eppure il violino è lì, ed è talmente carico di tutto quello che io non conosco e non potrò mai sapere della giovinezza di mio padre che non ha neanche importanza se sia davvero lo stesso che suonava da giovane oppure un altro arrivato dopo. Le leggende non necessitano di riscontri.

Talmente forte e ricorrente è sempre stato il desiderio di stabilirci un rapporto che alla fine qualche modo l’ho trovato anche io. Due volte l’ho usato per inserirlo in rappresentazioni del tutto mie. Una volta, forse ventenne, lo usai come oggetto di scena per un piccolo recital di canzoni scritte e cantate da me. Iniziavo la serata con il violino. 

Lo imbracciavo, facevo due note, poi la mia voce registrata fuori campo mi interrompeva dicendo “bè? Che ti sei messo in testa? Ora anche il violino?”. Così lo posavo, prendevo la chitarra, iniziavo a suonare e cantare le mie canzoni e non lo toccavo più fino alla fine.
Una quindicina di anni dopo lo ripresi. Lo usai per una scena di un cortometraggio che partecipò anche ad un concorso. Il film era discretamente surreale, comunque anche lì lo imbracciavo per pochi istanti, nella scena finale, ed accennavo una sonata in realtà doppiata sulla pista sonora da una vera incisione di un vero violinista. Finzione cinematografica anche evidente, come era giusto che fosse, anche perché io non lo so né mai lo saprò suonare.

Significativamente in tutti e due i casi l’ho utilizzato per poco più di un istante. 
Così come un istante è quello fissato per sempre dalla foto di mio padre che lo suona fra le montagne. 

E ancora oggi se mi fermo per un istante a pensare alla giovinezza di mio padre, il primo oggetto che mi viene in mente, senza sforzo, senza chiamarlo, è il suo violino. 
Il violino di papà - Cortina D'Ampezzo



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